venerdì 28 febbraio 2025

LA FRATTURA- DAMASCO -

Tramortito sulla via di Damasco ho seguito per molte settimane gli aquiloni del mio pensiero: colorati e bellissimi mi hanno ingannato sui molti aspetti della mia personalità, poi si sono sostituiti ad essa e mi hanno regalato l'assenza. Un blog può essere molte cose, mi domando quante riesca a contenerne. Siamo già un po' più in là o sono io ad avere le allucinazioni? Come si possa arrivare a questa frattura e come la si possa ricomporre non mi è noto. Il maschio virile non riesce a convivere con l'uomo pensante: due binari perfettamente lucidi e paralleli che mi indicano una direzione ambigua. Potrei percorrerli in ambedue le direzioni: una mi direbbe che ho perso alcune importanti occasioni e non ho visto quadri palesi, l'altra mi racconterebbe la favola di un possibile e lontanissimo futuro. E' come se il seme rifiutasse di riconoscere la sua pianta. Ho voglia di ripercorrere le strade che sembrano le solite, di sentire frusciare via le vostre parole. Quando l'assenza si ripresenterà sarò più pronto, sarà la fine o la guarigione.


Vorrei regalarvi qualcosa
che non avesse parentela
alcuna
con l'affetto
che fosse nemica giurata
della stima e della tranquillità.
Baciarvi i seni e
prendervi
ovunque mi assalisse la febbre
di farlo.

Non ditemi che tutto ciò non era
previsto,
non ditemi che volevate di più.
Vorrei spezzare le vostre braccia
che mi legano come
liane di selva
e blandiscono il mio cuore con
sorrisi senza fondo.

Lasciate che io mi sieda in mezzo
ai vostri occhi
e vi dica dove il grande mago
nasconde
il segreto che tende le nostre vite
le une sulle altre.
Quando saremo lì
potrà essere forse lo sgomento
di noi stessi
ad impedirci di contare tutti i modi
per parlare d'amore.

mercoledì 26 febbraio 2025

SENZA INVITO UFFICIALE -

Ho ritrovato adesso l’identica infinita lontananza che puntualmente e a cicli mi viene a far visita: un tempo la chiamavo amore, oggi se mi permetto di farle osservare che non c’è stato un invito ufficiale mi risponde con suprema e altera pacatezza che l’invito è insito nella mia vita, nel mio sogno.

martedì 25 febbraio 2025

UN TRASTULLO PER POCHI INTIMI -

Rispetto la scrittura perchè meno effimera e trasformista della parola e spero che di molte cose scritte nel tempo non si perda il senso e la memoria sia che esse vengano vergate sulla Costituzione di uno stato nascente o sulle pagine di un testo sacro o su quelle virtuali di un blog. Me la tengo stretta questa speranza, essa sta diventando un trastullo per pochi intimi. Io credo che siamo solo nostri, che ciò che condividiamo con un sorriso di piacere resti nostro per sempre. Ci credo fermamente e se racchiudo in un solo fardello questi anni di scritture non c’è niente di cui riesca a vergognarmi, nessuna parola che non vorrei aver detto. Presentarmi degnamente davanti alla mia Signora. Di sera, tutte le sere della mia vita, la chiamo per dirle che quando verrà non avrò nessun timore, le scoprirò il viso e la bacerò sulla bocca, sentirò il suo seno contro di me e sarò libero, finalmente libero…
La condivisione pubblica del proprio mondo intellettuale e di altre cose ancora non è obbligatoria, necessita di interlocutori che possiedano misura e conoscano gli spartiti, il tempo mi ha insegnato che è cosa rara. Tuttavia l'intima, leggiadra felicità di comunicare al mondo che siamo vivi e pensanti è innegabile, non farlo o non poterlo fare o, peggio, non volerlo più fare è un passo avanti verso la fine. La solitudine e la malinconia di viverla così può guarire o essere in parte addolcita da un brano musicale o un testo? A me accade che la scrittura mi liberi, è essenziale, oggi importa molto meno di prima che sia compresa e condivisa, questa è la grande differenza tra la mia vecchia generazione e quella odierna. Io ho scritto, se non comunico, se non entro, se non possiedo il modo adeguato in questa parte di mondo virtuale devo rassegnarmi. Ho scritto ugualmente e tanto mi basta. Credo che il gesto del mettere nero su bianco abbia una sua intrinseca dignità e rappresentatività al di là della sua fruizione virtuale ( mi consolo così). Negli anni tra il 2012 e il 2017 mentre cercavo di sistemare i post originali di omologazione e disperdevo le mie residue energie in rete, ho anche organizzato un blog con quasi 200 post. Poi come al solito l'ho lasciato in sospeso andandolo a guardare di tanto in tanto, mi piaceva. Niente di particolare, niente di nuovo, i post erano anche in questo caso assemblati cucendo assieme i miei testi secondo gli umori di quel particolare momento. Era un gesto di sfida verso chi mi aveva bistrattato, umiliato e deriso, non era certo uno spirito di serena condivisione. Così oscurai il tutto. La solitudine fa anche questo, isola dal resto, ti dà l'impressione che tu non sarai mai più in sintonia con niente, che resterai chiuso dentro la tua bolla, che qualunque cosa tu scriva rimbalzerà frantumandosi in mille schegge sulle pareti della gabbia in cui sei prigioniero. Non ho ricette amica mia, ho solo un archivio di errori e tentativi nei cassetti, un centinaio di emozioni sospese e un gran numero di dubbi irrisolti.

lunedì 24 febbraio 2025

IL NOSTRO MEZZO -

Comunicare e goderne, questo è il mezzo che abbiamo fra le mani. Non siamo tutti uguali e non abbiamo eguale talento, ciò non significa appiattirsi verso il basso ma semmai il contrario. Cose come quelle che leggete: sono la mia verità? Sì lo sono e possono essere tenute in mano LIBERAMENTE. Non rappresentano dogmi intoccabili, esprimono solo il mio desiderio di restare, il bisogno di non morire all’oblio delle emozioni e dei sentimenti che mi hanno sorretto nella mia vita. Sono la mia testimonianza, curata, levigata…amata. Io veramente non ho altro e non so scrivere di altro.

DUE BINARI- LA PROPAGANDA IN RETE -

In questa casa che io chiamo scrittura ho portato quasi tutti i miei pensieri dispersi, è probabile che per un certo tratto io sia riuscito anche a farvi da guida. Fino ad un certo punto… poi si corre su due binari ed è scomodo, signori, scomodo e pericoloso. Il primo binario si chiama Memoria Storica: percorrendolo ti vengono incontro le verità rimosse, le stragi occulte, gli accordi segreti tra potere istituzionale e mafie, le morti sospette e anche il curriculum dei voltagabbana mendaci e ridicoli. Il secondo è privatissimo, si chiama Ricordi ed è il buco dove ho nascosto la mia memoria, gli amori sbagliati, le illusioni perdute, la mia infanzia sognante, i miei anni di piombo col loro carico di vittorie e di sconfitte.

sabato 22 febbraio 2025

NON ESISTE UN LUOGO TRANQUILLO PER UN UOMO AGITATO -

Voi pensate che io scappi, invece sto fermo: una parte di me almeno è immobile, fa da volano a quell'altra che ho lanciato in giro per cercare un senso. Non uso una rete a strascico, troppo distruttiva e poco selettiva; piuttosto alcuni emissari, sub esperti, che stanno scandagliando gli abissi. Tornano in superficie e mi fanno un cenno con la testa...finora niente! Io nel frattempo sono stato richiesto dal direttore del liceo di mio figlio, col quale ebbi tempo fa un'accesa discussione di tenore letterario, di tenere una piccola conferenza su un argomento particolare. Ho accettato la "sfida" e sabato mattina davanti ad un'ottantina di ragazzi felici soprattutto di non far lezione, ho parlato e discusso per circa un'ora. Il canovaccio iniziale ve lo posto qui sotto. E' stata un'esperienza vivace, controversa, fondamentalmente positiva ma mi ha convinto che non esiste un luogo tranquillo per un uomo agitato. 

La letteratura siciliana fra lingua e dialetto : un connubio felice.- 
 " Che fosse vigilante se ne faceva capace dal fatto che la testa gli funzionava secondo logica e non seguendo l'assurdo labirinto del sogno, che sentiva il regolare sciabordio del mare, che un venticello di prim'alba trasiva dalla finestra spalancata. Ma continuava ostinatamente a tenere gli occhi inserrati, sapeva che tutto il malumore che lo maceriava dintra sarebbe sbommicato di fora appena aperti gli occhi, facendogli fare o dire minchiate delle quali doppo avrebbe dovuto pentirsi." A. Camilleri, La gita a Tindari, Sellerio Ed. Palermo. Febbraio 2000. 
Questo breve e recente estratto d'uno dei più famosi scrittori siciliani contemporanei illustra bene alcune caratteristiche di quella strana e composita creatura che è la letteratura siciliana quando essa si unisce, mescolandosi, al dialetto dell'isola. Perché si manifesti il fenomeno, sono necessari alcuni presupposti: il dialetto in questione deve essere molto antico, deve possedere un vocabolario ricco e articolato, deve infine esserci uno scrittore che inizi ad usarlo in una sua opera senza temere che essa debba perderne in dignità letteraria. Qui non si tratta di scrivere in dialetto qualcosa che potrebbe esserlo in lingua italiana: sarebbe un intervento troppo tecnicistico, fine a se stesso. La letteratura italiana deve molto agli scrittori siciliani, ben più dell'onore del Nobel; deve ad essi argomenti e tematiche originali, introspezione e analisi rigorose nate nel solco di una chiara tradizione europea ma rivissute con spirito nuovo, contaminato da una specifica "insularità", una dichiarazione d'appartenenza europea e continentale pronunciata con accenti mediterranei: il dialetto appunto. 
Pirandello rivoluziona il teatro italiano e europeo, pone al centro delle sue opere il problema dell'identità umana nella sua faticosa e mai risolta dinamica tra essere ed apparire. Si fa voce di un'Europa che sta per precipitare nel vortice del conflitto mondiale. La voce è in lingua italiana ma il tormento spirituale è tutto siciliano. Il premio Nobel è figlio dell'estremo lembo di costa agrigentina, là dove inizia l'Africa o finisce l'Europa, dipende dall'ottica culturale di chi legge e osserva. Pirandello non mescola, stilisticamente, l'italiano col dialetto siciliano: probabilmente l'etica letteraria del tempo non lo avrebbe permesso. Ma in alcuni casi (Liolà, La giara) scrive o riscrive alcune cose totalmente in siciliano; di solito ciò avviene per i temi più francamente scherzosi o sarcastici. E' come se il dialetto, in certi casi possa rendere meglio il senso profondo di ciò che si vuol comunicare! Situazione paradossale: uno scrittore premio Nobel per la letteratura ha bisogno di uno strumento "secondario" come il dialetto per dare forma compiuta ad una sua opera? Non è esattamente così o solo così. In realtà esiste per tutti i grandi scrittori siciliani un doppio piano di lavoro e d'ideazione: il primo in genere si colloca al livello degli studi e della cultura ufficiale ed esso fa sempre riferimento alla lingua italiana come distintivo e passaporto di una più ampia comunità intellettuale. Il secondo, più nascosto, resta comunque la linfa primigenia e vitale, il contesto all'interno del quale disporre gli elementi del proprio lavoro artistico. A voler fare una metafora potremmo dire che la partitura è italiana ma la chiave musicale di essa è invece siciliana, dialettale e dona all'esecuzione un timbro, una coloritura assolutamente unica. Visto da un'altra prospettiva questo doppio piano di lavoro potrebbe celare un'intima fragilità, un cronico pericolo d'inficiare la validità artistica non potendo risolversi in alcun modo lo scollamento fra cultura "nobile" italiana e il suo alter ego "volgare" siciliano e dialettale. In effetti, ad un esame superficiale le opere di Pirandello, Sciascia, Quasimodo, Lampedusa ed altri (l'elenco sarebbe molto più lungo) mostrano un dialetto in secondo piano, relegato a momenti particolari, apparentemente meno importanti, delle opere stesse. Quasi che la lingua italiana tenga a bada il dialetto per impedirgli di prendere troppo spazio, troppa libertà sostanziale e stilistica. Si è preferito allora dare al dialetto una sua specifica nicchia, un suo momento d'andare in scena, come dargli un’alternativa di secondo piano dopo avergli negato il diritto d'esser considerato con dignità di lingua? Non era questa l'idea dei grandi scrittori siciliani. Essi hanno, chi più chi meno, seguito una strada diversa legata, nei tempi e nei modi, all'epoca storica in cui hanno vissuto. Alcune opere sono nate e cresciute in dialetto siciliano come unico modo d'espressione o comunque l'unico valido (vedi Liolà di Pirandello); in seguito la trasposizione in italiano è diventato un vezzo, forse una sfida o un gioco intellettuale dal quale il dialetto esce vittorioso e con piena dignità artistica e formale. Altre opere mostrano una miscelazione più diffusa: in esse il siciliano è solo il lievito che affiora in un nome o nomignolo oppure in una breve frase o in una esclamazione particolare. Non potrebbe essere scritto diversamente, piccoli ma imprescindibili momenti senza i quali l'opera intera si trasformerebbe in altro. Possiamo immaginare un Don Lollò pronunciare parole con un accento e un intercalare diversi da quello siciliano nella " Giara" di Pirandello ? Che minatore siciliano sarebbe mai Ciaula senza quel nome e quei versi cupi e rauchi che imitano il gracchiare dei corvi nei cieli dei latifondi di Enna in " Ciaula scopre la luna"? Pirandello descrive la sorpresa, lo smarrimento e poi l'abbandono a qualcosa di più grande e più nobile dell'uomo. Il sentimento, la pace e il mistero dell'esistenza sono universali ma il cielo, la luna, la notte sono siciliani. Senza di essi il racconto sarebbe non diverso, sarebbe altra cosa. I due distinti piani dell'ideazione artistica sono quindi complementari, si muovono e vengono alla ribalta in tempi e modi diversi, non è possibile classificarli in modo prevedibile, non esistono scelte letterarie aprioristiche, i risultati sono visibili solo alla fine. Anzi in alcuni casi è soltanto una lettura ripetuta e approfondita a lasciare nella mente il senso vero e profondo di ciò che lo scrittore voleva trasmettere. In ogni caso, sia a piccole dosi sia in quantità più significative, il dialetto siciliano è indiscutibilmente protagonista nell'opera degli scrittori siciliani e, vista la loro importanza e notorietà, anche nell'immaginario sociale e letterario nazionale. Evidentemente non si tratta di una ragione squisitamente stilistica o formale e neanche di una moda stranamente protrattasi nel tempo. 
Deve esserci un motivo diverso che ha permesso ai letterati siciliani di raggiungere alte vette artistiche scrivendo in un italiano non approssimativo che però tracima qua e là in un altro linguaggio più antico e non meno elevato. Questa è la sensazione che se ne ricava: una lingua che è un italiano per tutti ma palesemente "siciliana" nella misura in cui si riconosce in essa uno spirito, un suono, un periodare che è tipico degli scrittori dell'isola. Probabilmente l'esempio perfetto di tale concetto lo si ritrova in Pirandello ma la vera novità sull'argomento è invece figlia di quest'ultimo decennio: essa ha un nome e un cognome, Andrea Camilleri. In lui i suoni, i fonemi, la sintassi… la lingua insomma è stravolta, reinventata. Nessuno avrebbe creduto che, al di fuori della Sicilia, qualcuno sarebbe riuscito non tanto ad apprezzare ma anche solo a capire i suoi romanzi. Camilleri, come di regola per i siciliani che scrivono, viene dalla letteratura in lingua italiana. Vi ha vissuto per cinquant'anni e lo ha fatto con grande bravura e dignità, poi improvvisamente ha inventato un personaggio e lo ha fatto parlare, pensare e sentire in dialetto siciliano. Un siciliano del basso agrigentino (le coincidenze storiche!) che si esprime in dialetto ma vive in italiano, nel senso che non soffre di sensi d'inferiorità culturali ed esistenziali nei confronti della lingua ufficiale. Quest'ultima gli è perfettamente nota, se la usa di rado è un fatto di scelta matura, non arrogante o speciosa, ma serena e misurata. Attorno, dentro e fuori ci sono le storie, le emozioni, le idee che potrebbero avere cittadinanza ovunque e ovunque essere comprese ma che, nel caso in specie, hanno un'identità inconfondibile ed isolana. A volte ci si chiede il perché di fatti a prima vista incomprensibili: la fruibilità per un lettore di Torino di un libro scritto in gran parte in dialetto siciliano mescolato ad un italiano ricco ed articolato è ancora un fatto difficilmente spiegabile. Un tessuto linguisticamente irripetibile, una trama misteriosa piena d'essenze nella quale dalla lingua italiana emerge, nei momenti più significativi, il dialetto che puntualizza e definisce al meglio ciò che l'italiano non potrebbe linguisticamente vestire. Non sembri questa valutazione solo un patetico arrampicarsi sui vetri, una valutazione benevola di un ibrido letterario francamente indigeribile: si tratta invece di un fenomeno linguistico frutto di un'evoluzione storica e culturale non sempre facilmente definibile nei suoi tratti essenziali. 
Di fatto dal XVIII secolo in poi l'elite culturale siciliana ha sempre guardato fuori, in Francia, Inghilterra, Germania alla ricerca di punti di riferimento meno asfittici di quelli italiani. Per fare un esempio calzante Pirandello si laureò a Bonn, specializzandosi in studi filologici con una tesi sul dialetto di Agrigento! Questa ricerca unitamente al desiderio di sentirsi parte di una comunità più ampia con pari dignità rappresentativa non ha però indotto gli scrittori siciliani a lasciare nell'oblio le proprie radici linguistiche e culturali. Così confrontandosi con le "lettere" di altre nazioni anche la lingua meno "nobile" ha trovato una sua ragion d'essere specifica e, nell'alveo più ampio della letteratura italiana, si è definita con una cifra stilistica di valore assoluto e perfettamente coerente all'ambiente socio-culturale che l'ha espressa. Diventa allora più facilmente comprensibile come per gli scrittori siciliani sia quasi naturale passare da una esperienza letteraria italiana ad una siciliana o ibrida senza che vi siano cadute stilistiche legate a forzature linguistiche di qualsiasi tipo. Si potrebbe parlare quindi di una sicilitudine della letteratura italiana, intesa come l'insieme delle forze che da un millennio si agitano nello spirito delle "culture" siciliane e che proponendosi non come scontro di civiltà ma piuttosto come nuova simbiosi culturale ha dato vita a quel felice connubio che ci mostrano le pagine di Pirandello, Sciascia, Lampedusa, Camilleri e tutti gli altri. Un connubio molto fecondo che ha regalato alla letteratura italiana pagine di esemplare pulizia stilistica senza per questo perdere in mordente e originalità. " Don Fabrizio quella sensazione la conosceva da sempre. Erano decenni che sentiva come il fluido vitale, la facoltà di esistere, la vita insomma, e forse anche la volontà di continuare a vivere andassero uscendo da lui lentamente ma continuamente come i granellini che si affollano e sfilano ad uno ad uno, senza fretta e senza soste, dinanzi allo stretto orifizio di un orologio a sabbia. In alcuni momenti d'intensa attività, di grande attenzione questo sentimento di continuo abbandono scompariva per ripresentarsi impassibile alla più breve occasione di silenzio o d'introspezione, come un ronzio continuo all'orecchio, come il battito di una pendola s'impongono quando tutto il resto tace; e ci rendono sicuri, allora, che essi sono sempre stati lì vigili anche quando non li udivamo." T.Di Lampedusa, Il Gattopardo. Feltrinelli editore 1969. 
Nel dialetto siciliano non esiste il tempo al futuro ma esiste la possibilità di guardare al presente e non dimenticare il passato: la Sicilia come gli scrittori che vi sono nati è tuttora una "metafora" dell'Italia e dell'Europa, tutto il male ma anche tutto il bene possibile portato spesso alle estreme conseguenze, anche in letteratura.

venerdì 21 febbraio 2025

Credeva di averne di più, a dir la verità non lo aveva mai considerato: il suo tempo nel tempo che viveva giorno dopo giorno. Pur avendolo riempito di un'infinità di cose inutili e lunghe, anche sacrificandolo ad una quantità di altri tempi diversi per fogge e prospettive, pensava di averne davanti ancora una misura praticamente infinita.

mercoledì 19 febbraio 2025

Venire qui

Apro spesso i miei blog e me li riguardo pacato o acceso come certi momenti miei, rileggo, confronto e rifletto. C’è un fondo innegabile di malinconia ma essa è ormai un leit-motiv nella mia vita. Però la decisione presa resta per me ancora valida: del mio mondo e delle miei aspirazioni non c’è quasi più nulla nel paese dove vivo adesso ma questo non mi ha mai spinto ad ipotizzare esili più o meno assurdi, sono già sufficientemente alieno a me stesso. NON amo la cultura occidentale che mi ha generato con i paraocchi e so bene quanti roghi si sono accesi nel vecchio continente dal medioevo in poi: non voglio ritornare a quella stagione dell’umanità, voglio leggere tutto e di tutto, voglio continuare ad ascoltare la musica del vecchio e del nuovo continente, voglio ammirare senza vergogna i maestri del rinascimento italiano, commuovermi davanti ad un Tiziano o un Raffaello o un Caravaggio o davanti ad un cupola del Bernini. Voglio che il frutto dell’intelletto umano che ha prosperato e si è diffuso su questo mondo continui ad illuminarlo e non accetterò mai per convenienza politica o ideologica il mercimonio e la sudditanza nei confronti di altre culture. Io rispetto non per partito preso ma per analisi e riflessione. La convenienza non ha mai fatto per me sui blog e fuori.

martedì 18 febbraio 2025

Non so più scrivere mi dico a volte. Guardo smarrito la tastiera e mi affido al foglio e alla penna. Crollo la testa e mi allontano col pensiero da tutto: la stupidità di vivere arriva subito dopo con i suoi banchetti di roba usata. Mi dice guarda, tocca, compra e, soprattutto fai in fretta, domani non ci sono più, domani non esiste. Non c'è riuscita finora. Non compro nulla ma annuso tutto. Apro le ali che non ricordavo di avere, il fruscio dell'aria sotto di me è una poesia che mi porta via. Non è vero che non so più scrivere. Scrivo per questo. La mia vita assomiglia sempre più ad un uscio stretto, un accesso quasi nascosto e impersonale. Oltre quel piccolo varco c’è il mio mondo, lo spazio perenne dentro il quale vive la mia libertà. Bella e splendente come nessuna parola potrà mai dire. E’ la dimensione in cui vorrei restare ed è finora il mio cruccio continuo. Chiudo la porta dietro le mie spalle e di quel benessere resta solo per qualche breve periodo l’eco sempre più lontana. Non posso fare altrimenti: le pagine vivono qui, mi attendono, tornerò un giorno e più nulla mi separerà da esse Mi è rimasto questo spazio per raccontare a me stesso e a qualcuno di voi vecchie storie piene di incantesimi e magie, lontani profumi di stagioni irripetibili ma vere. Oltre un certo limite la vita acquista un sapore diverso e più ampio, si ridefiniscono i contorni del senso di vivere e della gioia che è insita in esso, anche le parole sono diverse e suonano un’armonia che è giusto incontrare lungo il proprio percorso. Adesso che l’estate pian piano fiorisce e la sua essenza permane sempre più forte come l’impressione di una parola inespressa, adesso che il tempo seguirà percorsi più lenti, adesso è l’ora di sedersi a guardare il nuovo giro del sole. Enzo è qui dietro i tasti, una laurea in medicina e un’altra vita 2000 chilometri più a sud. A chi mi chiede e si chiede se ho mai la tentazione di rivedere certe moviole, se ne valga la pena non posso dare una risposta sicura, il tempo ci trasfigura e le lunghe assenze sono un colpo al cuore: una mano regala piacere e commozione, l’altra ci sega via una fetta di vita e di illusioni. Gli altri amici che, come me hanno, la fortuna di risiedere oltre lo stretto, godono di consuetudini che annullano i “colpi al cuore” prima descritti. Da fuori sembriamo solo più o meno invecchiati. Siamo altro? Vito direbbe: “Mah. Palma sarebbe sicura che sì, c’è dell’altro. Cinzia direbbe che siamo fermi come scemi a 20 anni. Io dico che siamo scie di comete…una traccia la lasciamo sempre in questo cielo. Spero ce ne sia un altro, un altro dove Tizzy sia ancora disposta a baciarmi e a insegnarmi a scrivere. Chi può dire cosa siamo veramente, quanto sia rimasto dei nostri cuori, delle nostre sorprese?
Era il primo anno di liceo classico quando una ragazza mi rivelò il mistero del parlare e dello scrivere: io le dissi ti amo, lei si avvicinò e si mise un po’ di sbieco affinché potessi ammirare la lunghezza delle sue ciglia e mi rispose: “Scrivilo, non dirmelo perché lo dimenticherai, scrivilo con un bacio.” Ho parlato con migliaia di persone ed erano tutte chiacchiere importanti, l’unico ricordo che conservo di esse è un’eco lontana. Scrivo da quel pomeriggio in cui Enzo scrisse a Tiziana con un bacio lento e pieno d’aria che era innamorato di lei. Così Tizzy c’è ancora, con la gonna a quadri e lo spillone dorato e la camicia chiara sopra il seno ansimante. C’è perché ne ho scritto. Allora come adesso, scrivo per pesare di più sulla bilancia della vita o per continuare a crederlo. Ognuno di voi ha la sua ricetta e relativa posologia dentro la tastiera… miliardi di battiti e di baci, un firmamento di astri luminosi che contengono le nostre vite, che continueranno a riflettere sulla terra anche quando i proprietari saranno volati via.

lunedì 17 febbraio 2025

I luoghi mi lasciano ed io cerco di precederli, regalo una lunghissima carezza sul selciato di queste strade. Non ho nessuno a cui raccontare lo strazio silenzioso di questi distacchi. Vedo allontanarsi anche i viaggiatori perché le persone prima o poi svaniscono ed io scrivo appunti di viaggio per non dimenticare, io come molti altri qua dentro o altrove, miniature di anime che sorgono al mattino fuori da una stanza, da una vita, da un desiderio quando il viaggio è appena iniziato e la mia città solleva lento il suo sipario. Siamo soli, incerti guardiamo nei fondi del caffè frammenti di discorsi interrotti ma il conto non torna mai…Anche adesso mentre annoto l’ennesima sconfitta mentre percorro il lungomare e il primo sole sfiora palazzo Lampedusa e la luce mi colora le gambe.

sabato 15 febbraio 2025

MAL D'AMORE

Non mi fai male, ci provi
Non mi fai male
neanche quando superi la linea
del dolore fisico
e ti inganni posando lo sguardo
sulla linea retta del mio pene.
Ti ci posi volentieri- dici-
col pensiero malizioso di
un gesto forte che non riesce a diventare
una carezza lieve.
Non mi fai male- e non mi credi-
ho chiuso ogni strada al destino
di averti ma tu- certo-
ti poseresti di slancio su ogni
mio rimando. E così fai male

giovedì 13 febbraio 2025

IL TEMPO OBLIQUO è il tempo con cui tutti giochiamo e che ci truffa ogni giorno che passa. Il tempo che in realtà non è mai stato nostro e che noi abitiamo credendo di essere altro che semplici comparse. Il mio tempo finito.

domenica 9 febbraio 2025

UNA LUNGA VIA DIRITTA VERSO IL MARE -

Adesso che sono altrove non ho affatto le idee più chiare. Qualcuno, osservandomi attentamente, noterebbe lo sguardo un po' obliquo di un naufrago che tenta in tutti i modi di restare in piedi, aggrappato all'albero della nave che mi ha portato sulle rive dello Ionio, da quest'altra parte dell'isola. Una parvenza di "simpatica dignità" è bastata finora a non farmi apparire fuori posto per le strade di questa città. Ci cammino da quasi ventisei anni e vorrei anche entrarne a far parte una volta o l’altra, ma la simpatica dignità non basta. Quindi cammino e mi guardo attorno. 
Tutto è dominato dal grande vulcano: è così immanente che puoi sentirlo anche quando non lo vedi: io abito in una città in bianco e nero, in salita verso la montagna, in discesa verso il mare. All'angolo superiore di Piazza Borgo, oggi pomeriggio, c'è il vecchio che vende gelsi neri. Quando mi fermo si alza dalle cassette di legno che gli fanno da sedia e attende la mia domanda sul prezzo. Sono cari.
- Quanti ne vuole, un chilo?
- No, no, tre o quattro etti sono più che sufficienti. 
- Taliassi che meraviglia dutturi, i scartai io uno pi' uno....facemu 'na mezza chilata? 
Ma io sono irremovibile e lui, rassegnato, prende i piccoli frutti neri dalle vecchie ceste intrecciate di vimini e li infila in una bustina di plastica trasparente. I gelsi cominciano a stillare il loro succo nero come l'inchiostro. Stasera li metterò sopra un piatto bianco e giocherò a mangiarli uno ad uno nel difficile compito di non macchiarmi in modo indelebile. Resterò a casa. Da solo perchè voglio stare accucciato ad ascoltarmi. Non spingo più nessuna emozione da tempo: ne sono circondato. Quando ero un ragazzo e correvo a perdifiato, talvolta facevo la stessa cosa: restavo accucciato ad ascoltarmi e il mio spirito si sfilacciava in mille rivoli che mi danzavano attorno. Mi pareva così d'essere ricco a dismisura. 
Da qualche mese un'idea antica è tornata prepotente a bussare alla mia testa, ormai non posso più eluderla; questa sera che già comincia a scendere sarà l'occasione giusta per tutto: per i gelsi neri, per me… e per l'idea. Basterà rimanere accucciato ad ascoltarmi: mi sembrerà di vivere più a lungo? Forse no. Guardo in giù, dal balcone il panorama si distende verso la plaja e oltre sino alla costa saracena, verso Augusta; quante facce ha la terra dove sono nato? Mio padre non voleva tornarci, diceva che non ne avremmo ricavato nulla di buono, diceva che la Sicilia e i siciliani non sarebbero cambiati mai (elogio dell'irredimibilità) che la strafottenza ci avrebbe soverchiato e l'inciviltà annichilito (elogio dell'ingovernabilità). Ma nella tarda estate di trentatrè anni fa ci tornò, eccome se ci tornò. E aprì tutte le finestre di casa. 
- Bisogna cambiare l'aria. Picciotti che ve ne pare? E' grande e non è poi così cara. Enzo, le sedie di là, gli scatoloni in questa stanza  
La sua voce rimbombava allegra per le stanze semi vuote, rotolava e rimbalzava tra le centinaia d'oggetti ancora distribuiti alla rinfusa. Mia sorella sembrava indecisa, lei non aveva pienamente gradito il trasferimento. Probabilmente duemila chilometri erano troppi...lo sarebbero stati sempre. Io invece ero euforico e fremevo per ricominciare tutto da capo come un pioniere del nuovo mondo, Lasciare ogni cosa alle spalle, definita o meno, e provarci di nuovo: il mio sport preferito. E fuori della finestra, bastava affacciarsi, c'era Palermo e il cielo era particolarmente azzurro. Ma non soltanto del cielo dal colore inconsueto e inciso dal profilo delle palme dovrei dire; anche lo spessore dell'aria, gli odori e i rumori vicino ai mercati popolari disegnavano un mondo del tutto nuovo da esplorare. Di fatto, senza rendermene conto, cominciavo a dare al tempo un ritmo e un valore diversi da prima. 
Chi l'avrebbe mai detto! Credevo di conoscere quest'isola e quella città fin dalla mia infanzia ma era una conoscenza limitata, da turista, appassionato certo, ma turista con tutte le limitazioni del caso. Adesso potevo fare diversamente: viverci dentro un contesto e scavarlo dal di dentro, le occasioni per farlo mio sarebbero state infinite. Dovevo solo limitare il coinvolgimento ad un passo prima del connubio definitivo, pensai allora, questo per mantenere una lucidità di giudizio degna di un viaggiatore di lusso perchè tale mi ritenevo. Fare l’amore con distacco, in punta di piedi, non coinvolgermi, essere l’esatto contrario di quel che ero e sono! 
I gelsi neri cominciano a poco a poco a diminuire nel piatto e io sorrido pensando al numero di sciocchezze che si partoriscono da giovani, alla quantità di proclami e posizioni "imprescindibili" assunte attorno ai ventanni. Palermo fu altra cosa e mi bastonò per bene. Catania mi guarda impassibile, forse vuole benevolmente evitare d'uccidere un uomo morto. Comunque e dovunque io sono sempre stato invischiato in cento problemi, legato fino in fondo ai miei errori alle mie debolezze, alle vittorie effimere colpevolmente scambiate per trionfi dorati. Questo pensiero mi dà una leggera vertigine: come le scatole cinesi un’idea ne apre subito un’altra e un’altra ancora…Ecco fatto! Sono riuscito a sporcarmi. E' bastato distrarsi un attimo correndo dietro ai miei pensieri ed una piccola macchia tonda, violacea come un bubbone si è aperta sulla camicia. La sfioro con le dita quasi debba sincerarmi della sua consistenza...e così il gioco è completo perchè le dita sono color inchiostro per aver maneggiato i gelsi. Adesso la camicia sembra la reclame di un film sulla mafia dei primi del '900 oppure quella di un horror di serie B. Il succo dei gelsi è quasi indelebile sui tessuti e quindi sì nun sugnu fissa io, dumani nun agghiorna! Incredibile ma vero, faccio a 50 anni gli stessi spropositi di movimento di, quando ne avevo 10, deve trattarsi certamente di un problema genetico, una specie di malattia motoria dalle cause sconosciute. Nell'intimo sono distratto e goffo, cerco di non darlo a vedere, ma capita spesso e nei momenti meno adatti. 
La rabbia che mi faccio adesso è certamente esagerata per il motivo che l'ha prodotta eppure mi danno lo stesso dandomi dell'imbecille e giurando a me stesso che sarà l'ultima volta che accade e l'ultima camicia che sacrifico. Di prime e d'ultime volte ce ne sono state troppe nella mia vita: alla fine le une e le altre si sono eliminate a vicenda. E' rimasto solo quest'uomo che osserva il tramonto dal balcone con la camicia sporca e le mani imbrattate, solo questo. La colonna sonora non ha niente a che vedere con la pace austera del momento: decine d'automobili starnazzanti stanno facendo del loro meglio per far diventare più nevrotica la città; in certe ore si danno tutte convegno lungo questa strada con i loro omini alla guida e vanno o perlomeno cercano di andare da qualche parte. Io invece da un po' di tempo mi sono fermato. Pare che alla fine capiti a tutti e senza preavviso. I clacson delle auto sono diventati distanti ma il motivo non è un’insperata buona creanza dei catanesi al volante; la causa vera di questo silenzio ovattato e innaturale è la conseguenza di una lunga rincorsa. Ed io finalmente capisco dove sono giunto stasera e perchè la sensazione del tempo ora ha questo sapore speciale: sono alla prima stazione dell'inventario della mia esistenza. Per qualche tempo il treno si fermerà qui, non so quando ripartirà ma in fondo non mi dispiace. E' un luogo molto particolare e voglio respirarne l'aria fino in fondo con una calma che non mi è consueta; sento che qui non puoi nasconderti niente. Così ho deciso di sedermi su un'immaginaria panchina e ricordare. 
Ricordare bene e con attenzione perchè il tempo trascorso è tale e tanto da sfidare le capacità della mia mente a non farsi travolgere dai miraggi e dalle illusioni. Lo smarrimento di prima ritorna, insistente: questa stanza e questa città sono tutt'altra cosa dalla storia che voglio raccontare, sono la valle solitaria e lontana dove lascerò le mie ossa, il cimitero dove finiscono i dinosauri come me orgogliosi fino in fondo della loro inevitabile immanenza. Guardo fuori dal balcone e tremo un poco, solo un po’: questa idea della morte e dell'inevitabile fine fanno a pugni con i colori gloriosi della sera che sta rapidamente calando sulla baia di Ognina. Mi accorgo improvvisamente che non sopporto più né la casa né i gelsi, che ne ho piene le tasche di tutto e tutti. Che bella furia allucinata e distruttiva si è impadronita di me! Che vadano al diavolo le elucubrazioni, i ricordi e tutto il carico d'inutile dolore che si portano dietro. Uscirò da quella porta, mi metterò anche io dentro la mia scatoletta con le ruote, starnazzerò come gli altri omini…meglio di loro e scenderò verso il centro. Voglio vivere, oggi, voglio sentire l'umanità strusciarmi vicino lungo Via Etnea, voglio vedere se la gente si accorge di me, se capirà di incrociare nei suoi passi un vero superstite, uno degli ultimi esemplari rimasti di amante degli amori impossibili. Questa città, in fondo, è famosa nell'isola per la forza e la varietà degli amori e degli amanti appassionati che la popolano. C'è una lunga e radicata tradizione sociale e letteraria col suo marchio di fabbrica, con le sue passioni assolute e quasi febbricitanti e mille sguardi di fuoco che sciabolano tra la villa e Via Umberto, occhiate che troncano il respiro e fanno bollire il sangue. Ci sono ancora molti cittadini "ruspanti", maschi con i baffi e femmine con le tette che amano recitare tutte le parti della tragedia amorosa e sanno fingere di non conoscerne l'epilogo. Lo dico senza sarcasmo: qui l'eros non è uno degli ingredienti, ma la prima delle essenze con le quali cucini la vita; se non mangi di questo cibo è mugghi ca cangi paisi pi' nun ristari dijunu. 
Ma io devo esser sincero, non sono restato digiuno qui negli ultimi trent'anni, anzi mi sono spesso intrufolato fra gli invitati al banchetto…e ho pranzato, cenato, fatto colazione e merenda. Conosco alcune persone che di questo stile di vita ne hanno fatto la regola: passione, sesso, incontri notturni, corna, orgasmi, estasi e disperazione. Un vortice senza fine e senza limiti d'età, un fiume d'energie incanalato verso una sola meta, l'unico gioco che valga la pena di giocare e, soprattutto, la negazione del dogma isolano secondo il quale “cumannari è megghiu 'i futtiri.” Ed io? Già cosa devo farne di me? Io non sono mai stato un buon commensale, non sono di bocca buona, spesso mi sono annoiato mortalmente ed ho lasciato la tavola ben prima del brindisi finale. Lo ripeto, non sono entrato a far parte della confraternita, l'oggetto del desiderio mi affascina sicuramente però a modo mio, esclusivamente mio; sembra un vanto ma adesso si mostra per ciò che realmente è, una sconfitta voluta e guardarmi attorno non serve, non basta a cancellare l'altra faccia della medaglia di questa passeggiata serale lungo il viale delle rimembranze. 
Sto peggio di prima, la realtà comincia a manifestarsi in modo evidente ed è triste: alla fine tutta questa gente che mi sfiora, mi guarda e ammicca, che mi cola addosso i propri umori densi mi dà un senso d'asfissia. E' meglio cambiare itinerario e dirigersi verso il mare, i pesci almeno sono muti, li puoi interrogare e inventarti le risposte: una delle mille facce della pietà.
Occidentale. Stanco di scrivere al vento e di far finta di condividere. Ucciso dalla inutilità di aver studiato e letto per decenni, di aver confrontato fonti diverse. Di aver amato il silenzio dopo la chiusura di un libro. Occidentale del Sud, più vicino alla Grecia che a Berlino conosciute bene entrambi. Da Lampedusa ho lasciato sul confine del mare una lunghissima carezza, l’ultima che mi ricordi di me e di te amore mio. Stanco e guardo a oriente dove sorge ogni giorno la speranza. Occidentale.

giovedì 6 febbraio 2025

C'era una luce intensa che tagliava la stanza come un colpo di sciabola: il pulviscolo reso evidente dalla luce danzava nell'aria. Il referto adesso era nelle sue mani e lui lo leggeva in perfetta solitudine. Tempo scaduto, bisognava mettersi subito all'opera se voleva lasciare in condizioni decenti queste tracce della sua scrittura. Si bloccò all'idea perchè la sottile sensazione dell'assoluta inutilità di ciò che aveva fatto era tornata prepotente alla ribalta. Ricontrollare tutto, riorganizzare tutto. Abbandonare tutto o lanciare oltre ogni cosa anche in assenza di sè.

mercoledì 5 febbraio 2025

La scrittura a differenza della parola orale ha una dignità superiore, va meditata da chi la offre e da chi ne usufruisce: se lo fai con onestà puoi pretendere rispetto altrimenti ti equipari quella ridicola letteratura da social usa e getta, buona solo per litigare e insultare... esattamente ciò che vediamo ogni giorno. In questo un blog può dare qualche soddisfazione in più ma pretende misura, cultura, intuizione e ascolto. Merce diventata rara.
Sono sconfortato, in molti casi non vi si può leggere. Ci ho provato lo giuro ma il livello è troppo basso e la presunzione di scrittura troppo alta. Poiché non sta bene criticare direttamente gli autori e non è nemmeno possibile scrivere delle mezze verità, io resto nel mio con questi testi. Testi da blogger senza pretese da premio letterario, senza ricerche di strategie sintattiche, senza inutili discussioni fra letterati mancati (discussioni ancor più ridicole di tutto il resto). Ci ho provato ma quello che pensavo mesi fa quando il meccanismo delle relazioni virtuali e della scrittura in rete si è frantumato del tutto, quell'idea maledetta torna sempre a galla. Non vi seguo più e resto qui per i fatti miei come posso: io sono solo un blogger. Non avevo pensato di chiudere, avevo solo abbandonato questo guscio su una sedia e il corpo altrove. Ma entrambi soffrivano per la reciproca lontananza. Poi qualche giorno fa, ripassando sulle pagine di alcuni blogger ho capito che non era giusto, che comunque questo guscio era carico dei miei umori e che doveva vivere, a modo suo, con un tempo diverso, ma doveva vivere. Domani scendo sotto Siracusa, piano piano, mi fermo dalle parti di Vendicari, scelgo un eucalipto frondoso mi appoggio al suo tronco e mi perdo sulla linea azzurrina del mare. Voi non potrete vedermi ma sorriderò.

lunedì 3 febbraio 2025

Grazie a tutti quelli che anche solo per un momento hanno posato lo sguardo qui ricordatevi di me senza astio, amate la scrittura e la vita uccidete le ideologie e i luoghi comuni. Se attraverserete lo stretto e annuserete il senso della mia terra io sarò lì sarò ancora vivo. Il marasma grezzo e spinoso di questi anni negati alla verità e dedicato invece alle bugie fanta commerciali di spread, ideologie, insulti e strategie mondiali, crollerà su se stesso. Si rivelerà per ciò che veramente è: una fantastica e ridicola presa in giro. Saremo già morti o risuscitati, non importa, saremo davanti all’abisso che ci governa da sempre e con esso finalmente ci confronteremo. Saranno l’amore, la poesia, l’aria e l’acqua di cui siamo fatti a sostenerci davanti al tribunale dei nostri giorni perenni, e sarà bellissimo e giusto riconoscerci nel segno antico e profondo della nostra vera essenza. La nostra è una storia d’amore signori, ma a volte ci sono tutte le stelle del mondo che ci remano contro. Dovrebbe essere come in certi film, in cui lui guarda lei in silenzio, lei abbassa lo sguardo per un attimo e, il fotogramma dopo, si ritrovano in un’isola sperduta che passeggiano su un pontile andando incontro al tramonto. Come nei film. Il resto sono sciocchezze. Ho letto tempo fa che l’amore è matematica: sbagli l’equazione e il risultato non torna più. Oltre un certo confine, dove gli alberi si fanno radi e il silenzio non è più lo stesso, oltre la normale conoscenza con i suoi confortevoli limiti che parlano di senilità, c’è un altro territorio vastissimo e libero. Nei suoi cieli si muovono le cose e le persone che ho amato di più nella mia vita, non chiedono conferme, non temono confronti, non giudicano, esistono per sempre, fuori dalle parole e da questo tempo che divora il tempo. Arrivare lì è l’inizio del vero viaggio. Guarda i miei geroglifici, avverti il sapore della inutilità. Questa notte come le altre in fila ad attendere un'altra vita e un altro senso. Dopo aver scritto penso sempre che a queste righe non ne potranno seguire altre, che queste righe siano totali e intoccabili, sintesi perfetta della fine e del nuovo inizio: una clessidra e noi polvere là dentro. Questo mi uccide, questo è appunto l’ombra del silenzio per il quale non c’è descrizione possibile. Ho provato a pensare di aver scritto ieri o l'altro ieri, poi mi sono perso nell'oggi. Ho ucciso il tempo ma esso mi insegue: questo è il suo epitaffio. Quando arriva puntuale la sera io sfioro le superfici dei miei pensieri ad occhi chiusi per riconoscerli al tatto, per sentirli fluire, riconoscermi in essi e capire dove li ho traditi; non esiste palcoscenico adeguato a questo dietro le quinte, solo sussurri che giungono deformati dall’attesa e dal bisogno. Non vi serve, non mi aiuta, non fa scrivere. Qui il tempo ha una valenza diversa, qui un anno ne vale dieci e se te ne vai è quasi scontato che di te e della tua opera nessuno dopo un po' si ricorderà; svaniremo tutti senza remissione. Così posticipare le pubblicazioni dei miei post in un futuro o comunque togliere alle date di pubblicazione qualsiasi valore reale significa disorientare e perdere tutti i contatti e far sì che nessuno ricordi cosa avevi scritto, l'oblio nella sua accezione più perfetta! Questo è il mio tempo sospeso.

sabato 1 febbraio 2025

Ti appoggi al legno della porta e aspetti che io t’insegni su quale mattonella dovrai trovare l’equilibrio. Il primo bacio sbarra ogni via di uscita e si oppone ogni volta alla mano dell’uomo che per primo ha scritto il suo verso su i tuoi seni. Ma oggi che siamo qui m’insegni ancora una volta come far aderire perfettamente le gambe agli angoli in cui le pareti si uniscono mentre con i corpi facciamo un vuoto piccolo seguendo gli unici confini che sappiamo certi e ne riempiamo la stanza sperando che ne resterà una traccia per ritrovarci.
Il mio tempo è finito, quello vissuto qui a metà strada fra il virtuale e il reale, questo che state leggendo. Resta la scrittura, per ciò che vale essa testimonia la mia vita e tutto quello che ha racchiuso nei miei anni terreni.