domenica 29 giugno 2025

L'offensiva

A poche ore dall'inizio dell’offensiva di Israele contro il regime iraniano – una guerra difensiva, se mai ve ne fu una, considerando che la Costituzione dell’Iran prevede esplicitamente l’eliminazione di Israele e che Teheran ha costruito una "cintura di fuoco" di milizie ostili attorno allo Stato ebraico – le reazioni di una certa sinistra non sorprendono, ma restano moralmente inaccettabili. 
Oggi, una parte del cosiddetto "antimperialismo" si è trasformata in un’apologia dei peggiori regimi reazionari: sostiene Putin, difende Assad e, in questo caso, giustifica l’Iran, ribaltando la realtà in una chiave grottesca. Per non vedere chi sia davvero l’aggressore in questo conflitto, bisogna essere accecati da anni di propaganda ideologica. 
La "Rivoluzione" iraniana è stato un colpo di Stato reazionario Innanzitutto, è necessario smettere di definire "Rivoluzione" il colpo di Stato del 1979 in Iran. Una rivoluzione autentica implica un progresso storico, un’emancipazione sociale o politica; quella iraniana fu invece una svolta oscurantista, paragonabile alla Marcia su Roma del 1922, che il fascismo chiamò pomposamente "Rivoluzione". L’ascesa del regime degli ayatollah ha significato: 
1. La pulizia etnico-religiosa della Persia: l’espulsione o l’oppressione del 10% della popolazione, tra cui ebrei, bahá’í, curdi e altre minoranze. 
2. Un regresso dei diritti umani, soprattutto per le donne, private di libertà fondamentali e ridotte a cittadine di seconda classe. 
3. Un progetto imperialista: l’Iran non è uno Stato "resistente" all’imperialismo, ma un impero in espansione. Dopo aver destabilizzato l’Iraq (approfittando degli errori statunitensi), oggi controlla gran parte della Siria, del Libano e finanzia Hamas. Chi conosce la storia sa che questa è l’antica strategia persiana: l’egemonia regionale attraverso milizie e alleati proxy. Definire l’attacco di Israele come "aggressione imperialista" è un capovolgimento della realtà. L’Iran è un regime che: Sostiene il matrimonio infantile (in Iraq e Iran, uomini cinquantenni possono sposare bambine di 9 anni). Minaccia apertamente di "cancellare" Israele dalla carta geografica. Sogna un califfato globale, obiettivo condiviso con gruppi come l’ISIS. La sinistra che oggi si schiera con Teheran, in nome di un "antimperialismo" distorto, tradisce i suoi stessi principi. Se un tempo la lotta era contro l’oppressione, oggi questa corrente sostiene chi opprime donne, minoranze e nazioni vicine. È una deriva reazionaria che va chiamata con il suo nome: complicità con il fascismo islamista. Israele agisce in legittima difesa contro un regime che ne minaccia l’esistenza. La vera sinistra dovrebbe stare dalla parte dei diritti umani, non dei dittatori. Smettiamola di usare due pesi e due misure: l’antifascismo non può essere selettivo.

sabato 28 giugno 2025

LETTERA NEL VENTO -

Che ne sai dell’alito caldo che scende talvolta sulla mia terra? Io l’ho solo presagito ieri sul far della sera, un breve momento di attesa poi è iniziato. Ma tu non puoi sapere che lo scirocco è un confine nella nostra vita, un paletto da cui ripartire alla ricerca di una nuova frescura. Eri bellissima davanti al mare che ci vide diversi. Immobile il tuo corpo, l’abito unica parte viva su di te. Il vento caldo come sciroppo denso ci avvolgeva ed io sognai un’estate lontanissima e sospesa come questa quando ogni cosa doveva cominciare. Ma tu non sai, hai voluto dimenticare, io non potevo fissato dal vento in un sogno inutile ma necessario. Tu non hai bisogno di sapere che il tuo violino suonò per quest’ uomo un accordo lunghissimo che è rimasto su di me che sono una viola, compongo solo una biscroma al giorno. Troppo poco per difendersi dallo scirocco che avvolse le nostre vite. Tu sei altrove adesso, se una finestra dondola o sbatte la chiudi per non ricordare quella costa, il mare e il nostro silenzio.

venerdì 27 giugno 2025

OPINIONI -

Questo non è un blog d’opinione, che significato ha questo termine? IO HO UN’OPINIONE, l’ho su molte cose ma non faccio opinione! Non pretendo di farla, me la studio, la vivo e la analizzo. Non la vendo ma la difendo aprioristicamente se essa viene attaccata gratuitamente, l’ideologia di altri non può valere più della mia per partito preso. 
Avere una opinione, scriverla in rete significa nella gran parte dei casi suicidarsi per contatti e audience; nei blog decenti da un punto di vista letterario l’opinione è UNICA, una dittatura del pensiero che nasce da molto lontano, dalla fine del secondo conflitto mondiale e dalla egemonia ideologica della sinistra che pretese di fondare questo straccio di Repubblica delle banane su una guerra civile. Ma io per fortuna ho superato da tempo l’imbarazzo di dover piacere per forza a qualcuno, di dover cinguettare su testi e concetti falsi e vuoti. Guardatevi attorno…prati immensi pieni di margheritine da cogliere per farne deliziosi mazzi come cadeux alla blogger o al blogger di turno – ma sei bravissimo, quanta poesia… l’umanità dolente, i buoni di qua i cattivi di là, l’elite intellettuale, il nuovo mondo, il nuovo sesso, le donne sempre una spanna più su, i clandestini uber alles, il mondo arabo e gli schifosi occidentali– Un vortice di colori stupendi e voi/noi lì dentro a gorgheggiare l’unico canto che non ci lasci isolati! I prossimi post sono dedicati alle mie opinioni così a scanso di equivoci chi legge sa con chi ha a che fare. E’ utile, onesto, per certi versi proficuo ( se ci si confronta con teste pensanti) e soprattutto liberatorio. Da quando scrivo in rete ho contatti speciali con blogger che ritengo abbiano opinioni molto diverse dalle mie se non contrastanti; ho ben capito che esprimere con chiarezza le proprie idee in aperto contrasto con quelle di tendenza nell’ambiente frequentato ti espone a un isolamento mediatico potente e progressivo. Devo francamente confessare due cose: la prima è che chi è in asse con le mie opinioni mediaticamente e culturalmente è spesso una nullità mentre dalla riva opposta ci sono fior di esecutori. La seconda è che non mi importa dell’isolamento io non faccio compravendita di contatti e non sono disponibile a compromessi a qualunque costo. Io sono un uomo libero sarà questo che vi disturba.

giovedì 26 giugno 2025

THE TIME THEY ARE A CHANGIN' -

L’estate di 47 anni fa di questi tempi era pronta a partire ed io stavo per mettere le mani sui miei 17 anni. Gran cosa! Il suo fiato caldo lo sento ancora: ha ingaggiato con me una gara sul tempo, un gioco che non dà nessun premio ma ti brucia dentro e che devi per forza restituire fuori. E’ una mano tesa fra le generazioni ad affermare che la bellezza e la poesia salveranno questo mondo. Crederci o meno è una possibilità come tante altre, la forza dell’amore e della vita continueranno per la loro strada e avremo tutti l’occasione di piangere, un giorno, per la felicità di esserci, di averci creduto o di doverci ricredere. Le estati sono tutte emozioni rapprese che si sciolgono sotto il sole e scivolano insinuandosi sotto la nostra pelle, sembrano diverse ma in realtà assumono semplicemente la forma della nostra vita in quel momento. L’estate è sempre l’identica rivelazione che sale sul palcoscenico con presentatori diversi, la sua apparizione suscita reazioni varie che vanno dagli applausi scroscianti all ’incredulità silenziosa, ma la sua bellezza è sempre maestosa, a me lascia ogni volta incantato, senza fiato. Nei suoi paesaggi aperti, nei suoi colori decisi e in quel senso di prospettive eterne e ripetute che ci fanno ritornare sempre all’idea che tutto è possibile, che è solo questione di tempo e i cieli si apriranno per lasciarci vedere l’azzurro e le mille strade che lo attraversano. Abbiamo di nuovo diciottanni e nessuno potrà cambiare le cose, è come il primo amore, se ne andrà ma cambierà la nostra vita per sempre. Ogni estate diventiamo maggiorenni ed è una sensazione indimenticabile, sgusciamo fra i nostri errori e le nostre vittorie, ce le rimiriamo e facciamo finta di credere che sia per sempre, condividerle con gli altri è una fede. La mia estate a guardarla da questo blog sembra perfetta e unica, punto di riferimento epocale e sociale; persino la musica suona in modo speciale. E’ quella di Bob Dylan, è la poesia della vita che ci conduce e ci salverà dalle altre stagioni e dalle mille morti che ci attendono ai lati del sentiero. Ma è un trucco, le note sono sempre le stesse ed io vesto ogni volta un abito perfettamente conservato e mi ci pavoneggio dentro. Nessuno di noi può dimenticare l’estate in cui siamo diventati grandi e ci siamo chiesti qual’era la nostra direzione e dove ci avrebbe condotto il profumo di quella ragazza incontrata la sera prima; nessuno può dimenticare che la musica era esattamente quella che avevamo dentro, crescere è stato solo un momento, la rincorsa per tornare ogni volta al punto di ripartenza. Così sciamiamo via incoscientemente ma in fondo lo sappiamo che niente e nessuno potrà fermare la forza dell’amore e la bellezza della scoperta: 
The time they are a-changin’

ALLA FINESTRA -

Gentile signora, 
affacciato qui alla finestra dei giochi di vita non mi sento troppo a mio agio: eppure è una posizione privilegiata. L’ho scelta, o dovrei dire trovata, varie volte in questi ultimi trentanni, mi ha fatto un gran comodo lo ammetto: osservare e non essere contagiato dal brulichio delle posizioni e degli errori ad esse conseguenti, pensare di poter evitare sciocchezze che da qui sembrano palesi incidenti di percorso e da lì in basso invece appaiono come luminose alternative esistenziali. Credo che il germe dello snobismo culturale sia proprio in questa idea e che l’arroganza che da essa fisiologicamente ne discenda, oltre un certo punto, non sia più contrastabile. Eppure come vede non ho trovato ancora il coraggio di allontanarmi da questo punto di osservazione. 
Anni fa trovai una prospettiva nuova e da questa finestra molte azioni, sia le umane in senso stretto che quelle più propriamente culturali, emergendo dalla nebbia confusa delle contraddizioni sociali e storiche, mi apparivano nette, decifrabili, francamente ineccepibili. Mi resi conto dopo che la nebbia intesa come indecisione e confusione permeava ogni aspetto della mia prospettiva, che ero io a voler vedere i contorni della vita in modo edulcorato e quindi falso. Ero io a sceglierne i connotati, io a controllarne l’evoluzione spostandomi impercettibilmente ogni volta che la luce radente e cattiva del sole ne metteva in mostra aspetti scomodi e incongruenti con la mia idea-visione dell’esistenza. Un’operazione facile e senza interlocutori: dalla finestra potevo sciorinare il mio biasimo o la mia benedizione urbi et orbi senza subirne le conseguenze, il mondo poteva continuare a rumoreggiare là sotto, signora, io sceglievo se considerarne le lacrime o le gioie da un luogo privato e asettico, un’oasi eterna e silenziosa, un privilegio costruito ad arte e come tale bugiardo e irriverente. 
Si sbaglia senza tregua gentile signora, si nutre l’illusione di essere fuori, la si definisce fortuna, casualità, intelligenza, lucidità, la si chiama con termini logici, ci si inventa una preveggenza che ci blocca prima di compiere gli ultimi passi falsi prima del baratro. Non mi sento più di proporre altri termini, non ci credo più e sto per chiudere la finestra. La osservo con attenzione silenziosa, quasi commossa, è stata per lungo tempo il viatico con cui ho difeso le mie incongruenze, il succedaneo imbastito a proteggere il sapore vero di alcune mie sconfitte; il sogno non mi corrisponde più e mostra tutte le sue crepe gentile signora, imbastire un’altra leggenda mi stuzzica molto…poi guardo gli infissi polverosi di questa finestra e devo ricredermi sulla novità perenne di cui ci nutriamo ogni giorno. Le confesserò di possedere in archivio alcuni momenti indimenticabili, se lei sapesse con quanto amore li ho nutriti, quante volte ho provato a farli uscire dal cofanetto del mio intimo e li ho lucidati per mostrarli nella loro luce migliore. La scrittura che esercito dall’infanzia non è altro che questo, è una parte, la più scontata, dell’intuito ineffabile di raccontare l’affetto incondizionato per lo spirito di quest’uomo affacciato alla finestra. 
Non c’è il tempo di riconsiderarsi al solito modo oggi preferisco usare il mio libero arbitrio e passare dal lei al tu, dovrai abituartici signora: appena scenderò a valle non aspettarmi con tutto il fardello di opinioni costruite in questi anni, non servono e sono ciarpame…il tuo come il mio cui facevi riferimento. Vuoi vedere le pietre nascoste dentro il mio cuore? Spogliati e torna umana, non ci dobbiamo niente, secoli fa erano solo diamanti grezzi, scaglie di cristallo taglienti, ci siamo feriti e ritratti, adeguare i riflessi pensammo fosse il sistema migliore per comunicarci la nostra solitudine. Se sei ancora della medesima opinione non farti trovare sull’uscio al pianterreno, dillo anche alle altre, io vado a sciogliermi altrove. Il carbonio si è trasformato in miriadi di gemme, scrutarle da solo sarebbe una imposizione stupida, mi confronto da una vita con cose stupide. La finestra la chiudo per questo.

mercoledì 25 giugno 2025

Antispecismo contemporaneo

Ieri discutevo di veganismo con alcune persone e, avendo fatto attivismo a lungo, mi sono trovato a riflettere su un problema che cercherò di sviluppare qui. 
L'antispecismo contemporaneo, così come molte altre forme di moralismo ideologico, si basa su un'adesione acritica a un "obbligo morale" astratto - un imperativo categorico di stampo kantiano dove l'azione viene giustificata da un dovere universale, svincolato dalle conseguenze concrete. Il punto critico, analizzato attraverso Nietzsche e Stirner, è che questo approccio trasforma l'agire umano in una sottomissione a "spettri" - entità metafisiche come la Morale con la maiuscola, il Dovere Assoluto, il Bene trascendente - che si antepongono all'individuo reale, annullandone l'autonomia nel nome di un principio superiore. 
In questo schema, i movimenti sociali e persino le religioni diventano facilmente strumentalizzabili, come dimostra il caso di Hamas o, su un altro versante, certe derive dell'attivismo vegano: quando l'azione si fonda su imperativi morali assoluti ("non uccidere mai un animale", "la liberazione nazionale come dovere sacro").
Chi si autoproclama portavoce di una "vittima mitologica" (un popolo oppresso, una specie sfruttata) può rivendicare un "credito morale" inestinguibile, giustificando qualsiasi mezzo in nome del fine. Il moralismo così diventa il carburante del populismo contemporaneo, trasformando il dibattito in una guerra tra bene e male assoluti, dove il dissenso è eresia e il pragmatismo è tradimento. La soluzione, seguendo Stirner ("L'Unico e la sua proprietà") e Nietzsche, richiede un radicale cambio di prospettiva: 1. Rifiuto degli imperativi categorici a favore di scelte consapevoli e contingenti: non "devi essere vegano perché è giusto in astratto", ma "scelgo di esserlo perché riconosco la sofferenza animale e valuto le conseguenze delle mie azioni"; 
2. Un'etica dell'empatia concreta, che sostituisca i doveri assoluti con la capacità di entrare in relazione con l'altro (umani e non-umani), evitando sia la trappola del relativismo ("tutto è uguale") sia quella del fondamentalismo ("solo la mia verità conta"); 
3. Un approccio utilitarista critico (alla Bentham o Singer): anche senza dogmi, possiamo valutare le azioni in base alla riduzione della sofferenza effettiva, mantenendo però la flessibilità che i principi astratti negano. Questo quadro offre un antidoto tanto al veganismo moralistico quanto ai nazionalismi identitari. Nell'attivismo per i diritti animali, evita la trappola del proselitismo aggressivo (che aliena invece di persuadere), puntando su un coinvolgimento emotivo e razionale: mostrare le condizioni degli allevamenti invece di predicare colpe universali. Nelle questioni politiche, impedisce la sacralizzazione di qualsiasi causa: la Palestina, come qualsiasi altro conflitto, va analizzata attraverso le sofferenze reali delle persone, non attraverso mitologie identitarie. 
La differenza cruciale con l'utilitarismo classico sta nel rifiuto di ogni calcolo universalizzante: non esiste una "formula morale" da applicare meccanicamente, ma solo individui che prendono posizione caso per caso, accettandone la parzialità. In questo senso, l'alternativa al moralismo non è l'amoralità, ma un'etica del confronto diretto con le conseguenze delle proprie scelte - dove la responsabilità nasce dalla consapevolezza, non dalla sottomissione a un dovere. Solo così si può sfuggire alla doppia trappola del fondamentalismo e del nichilismo, che oggi dominano il dibattito pubblico.

Tre anni fa

E' successo circa tre anni fa: dopo un buon numero di convulsioni e decisioni rivedute, corrette, rinnegate, mi è rimasta un'unica idea: fare di tutta la mia produzione in rete un libro. Idea esagerata per molti motivi, il principale è la mediocre qualità degli scritti, il secondario è la mia incapacità di propormi a un editore, l'ultimo il grande senso di inutilità del tutto. La condizione di salute ha messo la parola fine sull'idea iniziale. 
Tuttavia scrivo da quasi 55 anni, mi è sempre piaciuto farlo ed è il mezzo mio preferito per comunicare col mondo esterno; il Blog si è delineato come l'unica alternativa decente per me, un buon sistema per nutrire il mio narcisismo al crepuscolo. Così ho deciso di lasciare visibili in rete alcuni blog , vetrine di un'esistenza trascorsa a leggere e a pensare di poter essere considerato uno scrittore ma so bene di non averne le qualità, posso tuttavia considerarmi un meridionale discretamente alfabetizzato, reggo il racconto breve ma non un vero libro o un saggio o addirittura un romanzo, esprimo alcune opinioni e mi isolo ancora di più da un contesto socioculturale in cui non mi riconosco più. Ma la scrittura mi ha liberato, ha dato un senso a molti momenti della mia vita e ad essa sto delegando l'ultimo ricordo di me stesso.

martedì 24 giugno 2025

La guerra globale

1. Il panico da "effetto domino" Ogni volta che si apre un nuovo conflitto, serpeggia nella società un timore quasi apocalittico: l'idea che scatterà inevitabilmente il meccanismo delle alleanze, trascinando il mondo in un conflitto globale simile alla Prima Guerra Mondiale, o peggio, in uno scambio nucleare che ci proietterebbe in uno scenario da "Mad Max". Questa percezione è stata recentemente alimentata anche dalle parole di Papa Francesco, che ha parlato di "guerra mondiale a pezzi". 
2. La distorsione percettiva dell'era dell'informazione Contrariamente alla sensazione comune, i dati storici dimostrano che: Il numero di conflitti armati oggi non è superiore al passato La loro crudeltà non è aumentata in termini assoluti Basti ricordare: Le guerre balcaniche degli anni '90 (con il massacro di Srebrenica) Il genocidio ruandese del 1994 (800.000 morti in 100 giorni) I conflitti permanenti in America Latina durante la Guerra Fredda Le due guerre mondiali del XX secolo La differenza sta nella nostra percezione: viviamo nell'era dell'informazione globale, dove ogni conflitto viene amplificato dai media e dai social network, creando l'illusione di un mondo più violento. 
3. La lezione dei conflitti recenti Gli ultimi decenni ci offrono importanti controesempi alla teoria dell'inevitabile escalation: Ucraina: nonostante 3+ anni di guerra, nessun uso di armi nucleari USA: sconfitte in Vietnam, Afghanistan e Iraq senza ricorso all'atomica Medio Oriente: Israele non ha usato armi nucleari contro l'Iran 
4. Perché sopravviviamo alla "sindrome da Ken il Guerriero"? Tre fattori ci proteggono dall'apocalisse nucleare: 1. La dottrina MAD (Distruzione Mutua Assicurata): rende le potenze nucleari estremamente caute 2. Lezioni storiche: la crisi dei missili di Cuba ha insegnato i pericoli dell'escalation 3. Diplomazia globale: esistono più canali diplomatici che nel 1914 5. Tra realismo e cautela Sebbene il rischio zero non esista (la storia è piena di eventi ritenuti "impossibili" fino al giorno prima che accadessero), viviamo in un'epoca dove: I meccanismi di contenimento funzionano Le potenze nucleari hanno dimostrato notevole autocontrollo 
La comunità internazionale ha sviluppato anticorpi contro l'escalation globale Invece di cedere al catastrofismo, dovremmo sviluppare una visione più sfumata: riconoscere i reali pericoli senza cadere nella psicosi da "fine del mondo", concentrandoci piuttosto sulla prevenzione e la risoluzione diplomatica dei conflitti.

Averla o non averla

Negli ultimi giorni si moltiplicano le voci di chi sostiene che l’Iran avrebbe “tutto il diritto” di dotarsi di armi nucleari. Alcuni arrivano persino a dire che il mondo sarebbe più sicuro se fossero gli ayatollah, e non Israele, a possedere la bomba. È un’opinione che colpisce, soprattutto se si considerano alcuni fatti storici e strategici difficilmente contestabili. 
Israele possiede armi nucleari almeno dagli anni ’60, sebbene non lo abbia mai dichiarato ufficialmente. È uno dei pochi Paesi al mondo a disporre della cosiddetta triade nucleare: la capacità di lanciare testate atomiche da terra, dal mare (tramite sottomarini) e dall’aria. Eppure, in oltre sessant’anni, quelle armi non sono mai state utilizzate, neanche nei momenti più critici. Basti pensare alla guerra dello Yom Kippur del 1973: un attacco a sorpresa da parte di una coalizione arabo-musulmana che colse Israele impreparato, minacciandone seriamente la sopravvivenza. Eppure, anche in quel momento di massimo pericolo esistenziale, l’opzione nucleare rimase solo teorica. Nel corso dei decenni, Israele è stato coinvolto in numerose guerre e ha affrontato attacchi da parte di Stati e gruppi armati decisi a cancellarlo dalla carta geografica. Nessuno di questi attori sembrava temere una rappresaglia atomica, e questo ci dice molto su quanto la deterrenza nucleare israeliana sia stata usata con estrema prudenza, come strumento di difesa estrema, non come leva di minaccia. Allora, perché oggi tanti sembrano più turbati dalla bomba israeliana – che esiste da decenni ed è rimasta silente – che dall’idea di un’arma atomica nelle mani di un regime che settimanalmente invoca la distruzione di Israele, finanzia gruppi terroristici su scala regionale e reprime il dissenso con brutalità? Davvero crediamo che un potere teocratico, ideologicamente ossessionato dall’annientamento dello Stato ebraico, sarebbe altrettanto responsabile, contenuto, razionale? Oppure stiamo semplicemente applicando un doppio standard, dove la democrazia più criticata del Medio Oriente viene giudicata più per la sua identità che per il suo comportamento effettivo?

DUE LETTERE SPECIALI

A SE il Principe Tomasi di Lampedusa, presso “Il Gattopardo” 
 Scrivo a te per primo perchè sei stato il primo e un inizio è sempre indelebile. Stavi sul secondo ripiano della libreria, un po’ nascosto, probabilmente invisibile per lo sfarzo e il “volume” degli altri vicini. Ricordo bene la copertina verde con le incisione dorate dei “canti” di D’Annunzio e le edizioni in carta patinata dei classici di Leopardi, Pirandello, Svevo… fu scorrendo le dita sui loro dorsi sporgenti che ti vidi la prima volta. Un amore non nasce mai per caso, ci vuole l’atmosfera di un giorno d’estate silenzioso e raccolto, la visita a casa del Barone Pottino la sera precedente e l’aver ascoltato, con finta indifferenza, i discorsi che fluivano tra un caffè e un gelato alla mandorla; serve il talamo su cui consumare un rapporto che preme alla porta della tua vita mentale. Ti ho letto che ero troppo giovane e tu ti approfittasti di me. Celando il tuo vasto orizzonte dentro un’edizione economica della Feltrinelli, con quel disegno raffazzonato del Gattopardo sulla copertina mi ingannasti ed io annegai in una lettura sensuale e totale. Fosti il primo libro che carezzai lungamente e portai con me, nascostamente, nei luoghi che normalmente frequentavo, in una tasca o nel borsello. Mi facevi compagnia ed era una sensazione sconosciuta fino ad allora: pagine come un interlocutore, come un’amante da ritrovare e scoprire ogni volta. Mi accompagnasti nel mondo della lettura adulta, quella fatta di continui addii e ritrovamenti, di certezze eterne nascoste dentro l’animo. Una grande lezione di sintassi non solo letteraria; la sensazione del “capolavoro” l’ebbi subito senza riuscire però ad esprimerla in alcun modo. E fu probabilmente questo stimolo continuo ed inespresso a farmi fornicare con caparbietà fra le pieghe della tua pelle di carta; ti ho amato dal primo momento, ti ho desiderato sempre, non ho ancora finito di leggerti. Temo che la conclusione della lettura possa in qualche strano modo coincidere con “quell’altra” conclusione che nell’ottavo capitolo si erge sublime e definitiva come solo un grande amore può fare. Ti abbraccio fino al nostro prossimo incontro. 

To Mister Stephen King, co “Hearts in Atlantis” 
D’accordo lo ammetto: ti ho snobbato per lungo tempo, inutile ritornare sull’argomento in modo polemico. Delle storie “horror” e di quelle a metà strada fra il soprannaturale e il metafisico con effetti speciali ne ho fatto sempre volentieri a meno. Mi hai fregato, e c’è un motivo profondo. Sei una meretrice, anzi una puttana e mi hai fottuto; e ti dirò che sono contento che tu lo abbia fatto. Ho trascorso tutta la mia maturità a sfuggire dalla mia inquieta giovinezza, e tu lo sapevi. Non dico che mi nascondessi, solo non sapevo dove metterti e questo era un problema serio, sono troppo ingombrante anche per me stesso e tu hai aspettato. Quando finalmente ti ho riaperto la porta mi è mancato il fiato. Sai cosa sei stato? Userò le parole di un grandissimo scrittore italiano baby, quelle che non si possono tradurre perché la musica cambierebbe baby. Sei stato “l’amore che strappa i capelli dal viso” (F.DeAndrè), l’adrenalina tornata a scorrere. Lo sapevi maledetto e hai messo su il disco che conosciamo entrambi, a hard rain’s a gonna fall e appresso a quello si sono aperte le gabbie della memoria e niente era cambiato…nemmeno la rabbia e il sangue, l’amore, l’orgasmo e la timidezza. Io sono tornato là dentro con quegli anni a cantarmi una musica mai dimenticata. Ti ho snobbato, lo ripeto e tu mi hai sbattuto in faccia che “in fondo sono solo informazioni” e che “se mi fossi comportato bene avrei avuto anche il dolce”. Dammi pace baby, ho posato la testa sul tuo grembo e non ho più voglia di andare da nessuna parte, lascia che la musica prosegua oltre e lascia aperte le pagine. Le sfoglieremo ancora perché “Alle volte un po’ di magia sopravvive”, osservò lui. “Non saprei metterla diversamente. Io credo che siamo venuti perché sentiamo ancora alcune delle voci giuste. Tu le senti? Le voci?” “Qualche volta”, ammise lei quasi malvolentieri. “ Qualche volta sì” –

lunedì 23 giugno 2025

Occidentale

Occidentale. Stanco di scrivere al vento e di far finta di condividere. Ucciso dalla inutilità di aver studiato e letto per decenni, di aver confrontato fonti diverse. Di aver amato il silenzio dopo la chiusura di un libro. Occidentale del Sud, più vicino alla Grecia che a Berlino conosciute bene entrambi. Da Lampedusa ho lasciato sul confine del mare una lunghissima carezza, l’ultima che mi ricordi di me e di te amore mio. Stanco e guardo a oriente dove sorge ogni giorno la speranza. Occidentale. C’è una luce particolare oggi sullo jonio, un filtro di perla per ammorbidire gli spigoli dei miei umori confusi. Anche ora la musica di uno degli artisti che ho amato di più mi porterà fuori dalle secche di questa sera infinita, sarà il dito che ti indicherà la mia luna, ti dirà le parole che io non so pronunciare e avrò la speranza che l’amore in assoluto ricomponga il dissidio di sempre e che scriverlo non sia stato inutile. De Andrè ha già iniziato a raccontare del chimico che conosceva la legge che permetteva agli elementi di convivere senza scoppiare e ancora una volta chinerò la testa per ringraziarlo d’avermi fatto guardare oltre. Respiro a fondo il senso di attesa di questo luogo e mi domando quanto io sia imprigionato dentro la parte mia di vita, quante battute ho pronunciato dentro l’ombra di questa rappresentazione; ma sono stato sempre attento, la mia parte e la vostra parte legate da una placenta vitale, preciso nei tempi e nei modi perché una battuta fuori posto e il teatro andrebbe in rovina. Questa è la forma signori miei, l’unica scelta possibile per un artista, la forma partorita da te, dalla tua arte, la tua visione dentro alla quale ti muovi come un’ombra. Le recite a soggetto sono possibili solo qui; nella vita concreta questo non è concesso, lì siamo solo marionette mosse dal vento con un canovaccio imposto misteriosamente e sempre nuovo e crudele per noi. Vorrei poteste sentire sul viso la carezza del lieve scirocco che sale dal mare e il grande silenzio che si allarga sul cuore.

CENTO PASSI, MILLE PASSI, NESSUN PASSO IN AVANTI -

Nel maggio del 78 io avevo 26 anni e trasmettevo in una radio libera di Palermo: mi piaceva da impazzire, forse troppo. Ero, guarda caso, uno dei più duttili e alternativi Dj di quell'ambiente, sicuramente il meno inquadrabile dal punto di vista ideologico. In quegli anni trasmisi quasi di tutto, dal rock aggressivo dei Led Zeppelin, alle ballate di De Andrè, dalla chitarra di Jimi Hendrix a quella dei Dire Strait, non intaccavo, non intaccavamo la struttura sociale della città. Peppino Impastato sì. Noi mandavamo musica, camminavamo per le strade di Palermo e Palermo continuava ad essere divorata dal cancro al suono del rock 'n roll: il grande sacco della città era quasi al termine nel senso che non c'era più quasi niente da mangiare. Una delle più belle e interessanti città del Mediterraneo ridotta ad un ammasso fetido di cemento e sfruttamenti gestiti da una classe politica identificabile col gotha della criminalità organizzata. Le radio private palermitane trasmettevano De Gregori (il compagno De Gregori) gli Area il primo Battiato... Radio Aut cercava di trasmettere l'alternativa e l'opposizione con mezzi economicamente e tecnicamente risibili. Francamente non c'era partita e nessuno di noi aveva realizzato il problema; voglio dire che Impastato era un isolato, era come se la sua azione fosse un fatto di nicchia politica e ideologica avulsa da tutto il resto. L'isolamento umano e intellettuale che costerà la vita a Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino e altri con Peppino Impastato ebbe ancora più facilmente ragione di lui. Oggi probabilmente, con questo Web e questa diffusione di voci, sarebbe stato diverso o comunque più difficile; eppure una delle componenti intellettuali che danzarono in modo macabro sulla fine annunciata di questo ragazzo è ancora presente, l'ho capito ieri mentre scrivevo di lui. Abbiamo ancora l'orribile e subdola tendenza a considerare certe morti come un fatto di parte, certe morti come la fisiologica conseguenza di un preciso percorso culturale e, spesso, il nostro cordoglio è finto, di circostanza, non ci appartiene perchè non è la nostra guerra o la nostra idea. Peppino fu pianto in silenzio dai suoi pochi amici, il mondo delle radio libere di allora non disse nulla, la città non disse nulla, la gente si girò dall'altra parte. I cento passi erano solo all'inizio. La libertà, il confronto, la divergenza di opinione, la musica e la cultura sono un patrimonio di tutti non hanno, come ancora accade oggi, una tessera di partito o movimento: questo è il motivo per cui io oggi, molto più di 34 anni fa, piango quella corsa verso la civiltà e la dignità. Oggi la sento più mia che in quegli anni in cui scivolavo assieme ai miei coetanei tra le pieghe di un'ideologia colorata e vuota, la stessa di ora se la guardate bene. Ci tenevo a dirlo ora che che ancora una volta siamo davanti ad una svolta epocale rischiando di rifare come minchioni i medesimi errori.

domenica 22 giugno 2025

SANTITA' -

Non ho mai capito la logica che presiede alla pletora di articoli e dichiarazioni che hanno riempito i media e il web di discorsi accomodanti verso l'Islam e, di conseguenza, verso il suo irrompere sempre più cospicuo dentro i confini europei. Un atteggiamento senza senso, senza conoscenza e senza cultura nè storica nè sociale. Un continente che naviga (navigava meglio) verso la laicità e la liberazione femminile che improvvisamente impazzisce e, per bocca dei suoi intellettuali più affermati, si consegna alla sua morte definitiva, ad un medioevo crudele e imbarazzante. 
La componente femminile degli occidentali ha le maggiori responsabilità, un giorno non sarà sufficiente dichiarare - Avevo valutato male- Coperte dal burqa o nascoste dal velo le parole arriveranno già spente. Il Vaticano infine, dimostrando una pochezza spirituale e culturale infima, si è allineato con questa tendenza al ribasso continuo. Dobbiamo meravigliarcene? La Chiesa cattolica entra da sempre a gamba tesa nelle questioni civili italiane, anche quando l'Italia era solo "un'espressione geografica" (Metternich). Posto che adesso sia qualcosa di diverso e che non si veda l'enorme passo indietro fatto negli ultimi 20 anni sulla strada dell'unificazione seria e della civiltà condivisa, le recentissime uscite dei pezzi grossi vaticani non devono sorprendere. Un altro fallaccio ma stavolta da espulsione! Bergoglio dovrebbe innanzitutto cambiare postura e camminare ritto, dovrebbe pensare da buon pastore alle sue pecore e ai fedeli cristiani che soffrono e vengono massacrati in varie parti del mondo. Potrebbe riflettere in modo meno supino ai rapporti con l'Islam e pretendere rispetto vero e non peloso per un'eventuale salvaguardia quando la mezzaluna sventolerà sulla penisola. Bergoglio è un populista da due lire, gli piace fare il piacione, essere ossequiato dai suoi sodali, adulato da chi fino a un momento prima ne diceva peste e corna; forse vuole vedere sparire dai blogroll di molti siti la frase " Io aborrisco il Papa!" 
Quale prezzo è disposto, Santità, a pagare e a far pagare alla fede che lei professa? Quale futuro sta contribuendo a costruire per la civiltà occidentale? Cosa vuole fare di Roma, non le basta lo scempio cui è già sottoposta? Personalmente ho già dato e ne scrivo, spero che siano molti gli uomini che sappiano vedere il diavolo dietro i suoi scarponi da viandante distratto. Amen.

sabato 21 giugno 2025

ADDIO SARA


Sara il nulla ci assedia
Intimorisce i contorni del ricordo
Contesta il silenzio che solo potrebbe
conservarci.
Ma volte l’assoluto ha un peso
scrissi.
E tu eri già lì
da sempre assieme all’inspiegabile
malinconia cui il vivere così
ci condanna.
Sull’orlo di un diverso destino
era il segno di uno sguardo
che adesso qui si assiepa assieme
alle parole indistinte.
Cercarti non giova.
Sorprendermi restituisce il giusto peso
alle stelle e ai pensieri ogni giorno più
distanti.

venerdì 20 giugno 2025

Differenze

L’islam non ha un aspetto univoco come qualcuno vorrebbe far credere, non lo ha affatto. Basti pensare alle differenze tra sunniti e sciiti, alle persecuzioni nei confronti dei curdi, ai secoli di guerre e sangue scorso tra queste popolazioni apparentemente unite da un sacro vincolo di religione uguale. Il termine fratelli musulmani da questo punto di vista non ha nessun senso: spesso i fratelli si sono scannati a vicenda. La religione cristiana non è da meno. Chi si professa oggi cristiano non dovrebbe dimenticare gli avvenimenti degli ultimi 1500 anni che la storia ci ha mostrato: eresie, roghi, squartamenti, crociate, protestanti, calvinisti, quaccheri etc etc. Non è possibile sorvolare allegramente e per questioni di mera convenienza ideologica su come e quanto l’umanità in toto professi in fondo una sola religione, quella del potere e della violenza che ad essa serve per imporsi.

Appartenenza assoluta

La Repubblica islamica iraniana non smetterà mai di cercare di cancellare Israele, per loro è un dogma religioso. Da decenni ogni giorno il regime ripete "Morte agli USA e morte a Israele" in ogni scuola. Preferisce investire miliardi di dollari in armi e milizie terroriste per distruggere Israele, che usare quei soldi per i propri cittadini. Tanti occidentali non riescono a capirlo, pensano di potere mediare. Ma è come cercare di convincere il Papa a togliere Gesù dai vangeli. Non ha senso. Per loro l’Islam è venuto per rimpiazzare ebrei e cristiani. La terra di Israele è Palestina e appartiene all’Islam, come la Sicilia e la Spagna o i Balcani, e come tutte le terre che sono state sotto occupazione islamica. Per loro le donne e tutte le religioni non islamiche devono vivere come dhimmi in terra islamica, sottomessi, cittadini di seconda o terza classe. Chi parla della Repubblica degli ayatollah senza considerare il fattore dell'estremismo islamico è destinato a sbagliare tutte le analisi.

La superiorità

Il presupposto di una superiorità morale intrinseca della sinistra rispetto alla destra – spesso dipinta in modo caricaturale come fascista e retrograda – merita una decisa messa in discussione. Questo mito, radicato in una narrazione autoassolutoria, non regge a un esame serio della realtà, soprattutto quando si osservano le alleanze e le contraddizioni della sinistra contemporanea. Prendiamo un esempio emblematico: mentre la destra italiana, con Giorgia Meloni, si schiera senza ambiguità a fianco dell’Occidente e di Israele di fronte all’aggressione jihadista del 7 ottobre, una parte della sinistra europea (e non solo) ha mostrato simpatie per cause che poco hanno a che fare con la libertà. Si pensi a chi, in nome di un antimperialismo distorto, difende Putin – l’aggressore di Kiyv – o giustifica gli ayatollah iraniani, i talebani, o persino Hamas, movimento terrorista che opprime tanto gli israeliani quanto i palestinesi. 
La retorica della sinistra si fonda su un suprematismo morale: si autoproclama custode del bene assoluto, mentre bolla l’avversario come intrinsecamente malvagio. Eppure, questa presunta purezza ideologica si traduce spesso in complicità con i peggiori oppressori della storia recente. Se la moralità si misura dalla coerenza nella difesa della libertà e della dignità umana, allora è paradossale vedere certi intellettuali o politici di sinistra inneggiare a regimi teocratici o dittatoriali, pur di opporsi all’"imperialismo occidentale". Meloni, con tutti i suoi limiti, rappresenta un governo che – almeno sulla scena internazionale – sostiene la democrazia liberale contro i suoi nemici. Al contrario, quanti nella sinistra hanno applaudito alle brigate di Hamas, definendole "resistenza", o hanno taciuto di fronte alla repressione delle donne in Iran? La vera immoralità sta nel relativismo che equipara vittime e carnefici, nascondendosi dietro a un antifascismo di facciata mentre si stringono mani sporche di sangue. La sinistra dovrebbe abbandonare la retorica manichea del "noi buoni, voi cattivi" e fare un esame di coscienza. La moralità non si misura dall’etichetta politica, ma dalle scelte concrete: e se la destra oggi sbaglia su molti fronti, la sinistra non può ignorare di aver tradito i suoi stessi ideali progressisti ogni volta che ha scelto di fiancheggiare i nuovi fascismi del XXI secolo.

Esportazioni

Parte inevitabile la solita obiezione moralista: "Ma allora non abbiamo imparato nulla dall’Iraq e dall’Afghanistan? Esportare democrazia con la forza non funziona!" 

Bene, questa retorica è non solo sbagliata, ma profondamente disonesta. 
1) Israele non è l’Occidente, e non sta "esportando" nulla. L’equiparazione tra Israele e le guerre occidentali in Medio Oriente è un falso storico. L’Occidente intervenne in Iraq e Afghanistan con ambizioni egemoniche, spinte da calcoli geopolitici e (in alcuni casi) da ingenuità ideologica. Israele, invece, non è un impero: è uno Stato sovrano circondato da entità che negano apertamente il suo diritto a esistere. Chi parla di "lezione dell’Iraq" dimentica che Israele non confina con la Svizzera o il Belgio, ma con Hezbollah, Hamas e un Iran che finanzia milizie per annientarlo. Non si tratta di "esportare democrazia", ma di sopravvivere. Se altri popoli oppressi dal fondamentalismo islamico (come le donne iraniane, i curdi o i baha’i) vedono in Israele un alleato, ben venga; ma anche se non lo facessero, la priorità di Israele rimarrebbe la propria sicurezza, non un’astratta "missione civilizzatrice". 
2) Israele è un Paese mediorientale, non un avamposto occidentale. C’è una tendenza a proiettare su Israele narrazioni che non gli appartengono. Israele non è un’estensione degli USA o dell’Europa: è uno Stato mediorientale che agisce in un contesto mediorientale. Le sue scelte vanno lette attraverso la logica della regione, non con gli occhi di chi vive in Paesi al riparo da minacce esistenziali. 
3) La democrazia non si impone con la guerra, ma il relativismo non è la soluzione. Criticare l’"esportazione della democrazia" in Iraq e Afghanistan è giusto, ma da lì a sostenere che nessun popolo sia pronto per la libertà il passo è lungo. Il problema non era la democrazia in sé, ma il modo in cui fu imposta: senza costruire istituzioni solide, senza coinvolgere le comunità locali, senza contrastare seriamente il fondamentalismo. Esempi positivi esistono: il Giappone del dopoguerra, la Corea del Sud, il Rojava (prima dell’abbandono internazionale) dimostrano che, se accompagnata da educazione e riforme strutturali, la transizione democratica è possibile. Il vero errore non è volere la fine delle teocrazie, ma credere che basti un intervento militare senza un progetto a lungo termine. E qui arriva il punto cruciale: il relativismo culturale che giustifica dittature e jihadismo in nome del "rispetto delle differenze" è una trappola mortale. Se i popoli mediorientali meritano libertà (e la meritano), allora dobbiamo smetterla di fingere che Hamas o gli ayatollah siano "espressioni culturali legittime". Sono regimi oppressivi, punto. Israele non sta facendo il gioco dell’Occidente: sta difendendo la propria esistenza in un contesto in cui la guerra è imposta, non scelta. 
Chi lo accusa di "imperialismo" dovrebbe spiegare perché, allora, nessuno protesta quando l’Iran arma milizie in mezzo mondo. La verità è semplice: per alcuni, gli ebrei non hanno mai il diritto di difendersi.

NON E' VERO -

Non è vero che mi faccio capire e, allo stesso modo, ciò che scrivo non mi rappresenta quanto io vorrei. Il blog è comunque il confine più vicino ai territori del mio spirito, da lì in poi devi inventarti pioniere. Tutta la mia vita, quella che conta, l’ho trascorsa in un confronto impietoso tra i miei sogni, i miei impulsi e il mondo che m’era toccato di vivere; dopo i 16 anni sono saltato su così tanti campi minati che oggi dovrei essere solo uno storpio, un povero corpo mutilato da ferite non più ricomponibili. 
La libertà, la democrazia, l’amore e la rappresentanza, la società e perfino la storia, tutto questo enorme e composito fardello di idee non sono mai entrate dentro di me in modo naturale e piano: ogni anelito è stato sempre filtrato dalla cultura della mia generazione e dalla musica che ne era la più diretta emanazione. E ciò non l’ho mai compiutamente digerito! Non c’è un concetto più avversato da quelli che nel ’68 avevano 16-18 anni di quello di un tutor, dello stronzo di turno che ti dice cosa e come. E non c’è stata una generazione che, invece, ne avrebbe avuto più bisogno, seduta al limitare fra mondi completamente diversi, divisi da spaccature micidiali, lontani per sempre su tutto. Io non amavo, bevevo letteralmente i testi e il suono delle chitarre dei gruppi rock che stavano “devastando” il panorama musicale di quegli anni: lì c’era ciò che volevo o credevo di volere o, meglio, ciò che qualcuno mi aveva fatto credere io volessi. Altri tutor insomma ma più subdoli perché immensamente amati. 
Questa è la storia della mia vita: guardare la luna indicata dal dito…e prendere sempre una sberla come se fossi ugualmente un’idiota. Pare che non sia possibile vivere, pensare, amare senza l’ausilio indispensabile di una qualche droga, di un aiuto sintetico che ti apra la mente su orizzonti nuovi e validi. Pare che non sia attuabile alcun valido intervento sulla realtà umana e sociale senza scannare qualcuno o sacrificarlo sull’altare di interessi più alti e nobili. Annuivamo nel ’70, continuiamo a farlo oggi. Io sono un uomo sfinito dalla schizofrenia di un’esistenza accompagnata da gente che artisticamente amavo e politicamente e ideologicamente invece non digerivo. So perfettamente che non ricucirò lo scollamento, non certo in questa vita e il senso d’impotenza mi sta uccidendo lentamente e poi sono solo, giustamente e lucidamente solo. C’è una luce particolare oggi sullo Ionio, un filtro di perla per ammorbidire gli spigoli dei miei umori confusi. Anche ora la musica di uno degli artisti che ho amato di più mi porterà fuori dalle secche di questa sera infinita, sarà il dito che ti indicherà la mia luna, ti dirà le parole che io non so pronunciare e avrò la speranza che l’amore in assoluto ricomponga il dissidio di sempre e che scriverlo non sia stato inutile. De Andrè ha già iniziato a raccontare del chimico che conosceva la legge che permetteva agli elementi di convivere senza scoppiare e ancora una volta chinerò la testa per ringraziarlo d’avermi fatto guardare oltre.

IL TEMPO OBLIQUO -

Questo è un tempo obliquo, questo degli ultimi anni: quello che mi divora sul blog e sulla carta. Non posso dire che non mi appartiene ma vorrei che se ne andasse altrove a intorbidare il cuore. Trascorro una buona parte del mio tempo "ludico" su queste pagine elettroniche ma il mio tempo vero è altrove su un poggio a scrutare una porzione di azzurro marino incuneata tra il monte e la vigna; il tempo diretto è un ragazzo senza freni che mi ha raccontato altre storie con altre parole e altre intenzioni. Credevo di incontrarli tutti i visi che ho amato: gli uomini e le donne che, secondo me, dovevano essere tutti qui a vagare fra queste colline e il mare. Si sono celati nel gran corpo della terra: di loro hanno lasciato, qua e là, soltanto l’eco sciolta del loro essere persone…e mi hanno dato una lezione di asciuttezza e dignità. Ho sperato che ci fosse almeno lei, doveva esserci e ho gridato il suo nome al vento ma non è tornato niente indietro: così sono inciampato nei sogni e, adesso, andarmene sarà solo un’illusione. Voglio dirvi che ho camminato tanto da scordare il punto di partenza, che mi sono finto mille altre cose da quest’uomo che guarda ostinatamente davanti a sé. Non c’è astio, non c’è rammarico ma ho capito che non sono più qui: ho capito di avere un senso solo col vento vero sulla faccia, con i ricordi che non si possono raccontare. Quel che scrivo va letto in questo modo, tornare o sparire in un modo o nell'altro fa parte del mio DNA; le pagine hanno questo terribile pregio, restano, le riapri e le usi come trastullo della mente e del cuore quando più ti aggrada. Ciò che si scrive testimonia sempre qualcosa o qualcuno, annullarle equivale ad uccidere definitivamente chi le ha prodotte. Io non le ho annullate.

mercoledì 18 giugno 2025

APERTURA E CHIUSURA

Non avevo pensato di chiudere, avevo solo abbandonato questo guscio su una sedia e il corpo altrove. Ma entrambi soffrivano per la reciproca lontananza. Poi qualche giorno fa, ripassando su queste pagine ho capito che non era giusto, che comunque questo guscio era carico dei miei umori e che doveva vivere, a modo suo, con un tempo diverso, ma doveva vivere. 
Devo confessarvi che spesso negli ultimi mesi ho avuto fortissima la volontà di sempre: cancellare tutto! Eliminare del tutto le tracce del mio passaggio perché questa parte di me, che dovrebbe essere la più intima e amata, mi fa star male da morire. Ho pubblicato tutto o quasi, è trascorso molto tempo, gli scritti non sono mutati, hanno ancora almeno un residuo di valore? Non devo dirlo io permettetemi. Io posso solo dirvi che si è girata la pagina in modo definitivo: siamo così fragili! Qui ho pubblicato il cuore di tutto ciò che ho pensato e scritto in rete e per la rete; ho sempre avuto un atteggiamento contraddittorio e ondivago verso il web e mi pare evidente che esso non poteva essere digerito dalla gran parte dei blogger. Lo ritengo fisiologico. Partendo dai miei furori e dalle mie cocenti delusioni ho fatto in modo che la scrittura dei miei testi vivesse al di là della mia reale presenza accanto ad essi: nel mio progetto questo insieme potrebbe continuare così come lo state leggendo per altri mesi poi finirebbe per inedia. Io potrei già non esserci più in tutti sensi ma se esiste un modo di restare è questo. 
Scrivere e lasciare queste righe che possano essere rivedute, rilette e riconsiderate. Non cercate un nesso logico, concettuale o temporale preciso in ciò che leggerete, non c’è altro che assoluta libertà qua dentro, solo un riflesso di una dimensione che per intero non poteva starci tutta su una pagina ma che ad essa fa riferimento. Riguardo quello che ho scritto negli ultimi ventanni, alcune cose sono così legate alla mia intimità che adesso mi meraviglio di averle palesate in pubblico: forse molti problemi sono nati da questo eccesso di confidenza, ma non ho mai saputo scrivere diversamente. Domani scendo sotto Siracusa, piano piano, mi fermo dalle parti di Vendicari, scelgo un eucalipto frondoso mi appoggio al suo tronco e mi perdo sulla linea azzurrina del mare. Voi non potrete vedermi ma sorriderò. 
 Vincenzo Riccobono

Tommy Robinson

I musulmani e altri sostenitori di Hamas stanno cercando disperatamente di far rimuovere un video per il cosiddetto "discorso di incitamento all'odio islamofobo". Ma cosa c'è di così provocatorio? Tommy Robinson sta semplicemente ripetendo ciò che i musulmani palestinesi gli hanno detto sull'Islam e sull'obbligo religioso di uccidere in suo nome. Questo è successo durante la sua visita in Israele e in Cisgiordania, quando ha scoperto in prima persona che i contribuenti britannici, lui compreso, stanno letteralmente finanziando i terroristi che lanciano attacchi, conducono la jihad e si fanno saltare in aria con orgoglio per "liberare" la terra cancellando Israele e sterminando la sua popolazione ebraica. I sostenitori di Hamas dicono che questo video deve essere vietato, non perché contiene "odio", ma perché chi parla è già nella lista nera. Tommy Robinson è colpevole fino a prova contraria. Non c'è bisogno di smascherarlo: basta affibbiargli l'etichetta di "islamofobo" e i censori faranno il resto. È esattamente così che i media britannici lo hanno messo a tacere per anni. Quindi, se sostenete la vera libertà di parola, non quella filtrata dai punti di discussione dell'ONU e dai pregiudizi della BBC, condividete questo video. Lasciate che la verità parli più forte delle loro campagne diffamatorie.

Il buio e la luce

I testi sono tutti strettamente personali e c’è il copyright. Li ho scritti negli ultimi 40 anni, adesso dormono qui. Non ho altro modo di farveli conoscere se non comunicandovelo presso i vostri blog: spero perdonerete la laconicità del tutto ma io leggo con grande attenzione ma non commento quasi mai. In questo luogo non c’è moderazione sui commenti non ho istinti censori così elevati ma l’esperienza maturata in questi ani in rete mi ha indotto a “proteggermi” in qualche modo dalla stupidità e dalla protervia della rete. Adesso in un contesto di assoluta solitudine inserire la moderazione non ha più senso: me la canto e me la suono da solo.

martedì 17 giugno 2025

Barba e massacri

Andateci voi con questi Barbuti massacratori di donne. Andateci voi con questi maniaci sessuali camuffati da agnelli da padri di famiglia benevoli. 
Andateci voi con questi sostenitori degli impalatori di Gaza. Ripeto impalatori. 
Andateci voi da questi miserabili costruttori di tane sotterranee da cui avrebbe dovuto partire l'ultima definitiva rivolta per il massacro degli ebrei. 
Andateci pure voi. 
Io me ne sto qui, saldamente al fianco di una delle cose più belle che l'umanità abbia mai partorito. Io me ne sto qui al fianco di Israele in difesa della nostra civiltà. Voi fate quello che vi pare. 
L'Iran degli Ayatollà, Hamas, Hezbollah e tutti i mosconi lerci che ci girano attorno teneteveli voi. Io sto con la bellezza, la civiltà, l'evoluzione. Am Israel Chai.

Un guizzo

Se non commento da qui il blog resterà invisibile, non sono certo che sia esattamente ciò che voglio. Della audience non me ne frega assolutamente nulla. Io vivo ormai altrove, ciò che ho scritto resta conservato nei miei archivi personali, col tempo si vedrà. Nessuna delle date inserite è veritiera, i testi appartengono al passato: spostarli in altro tempo è solo un guizzo!

Un luogo solitario

Questo luogo è destinato a restare solitario. In rete solo la "visita" presso le case altrui permettono a un blogger di avere visibilità...con tutto quel che segue. Io proverò a non visitare nessuno o quasi e mi autocondannerò a una pagina assolutamente silenziosa e non interlocutoria: la fine di un blogger! Esistono altre motivazioni oltre il proprio personale narcisismo o la follia per mantenere un atteggiamento simile? Se esistono trovatele voi nella remota eventualità che qualcuno capiti qui fortuitamente. Io di certo non ve ne darò agio, i commenti(!?) resteranno liberi proprio per tale motivo: l'immensa libertà della solitudine. Ho iniziato nel 2008 ma la scrittura parte da più lontano, dai primi anni 70: è lì che dovete cercare l'inizio, dal fondo pagina della mia anima, quando trasporre nero su bianco il mio mondo diventò un'abitudine. E’ evidente che le date di pubblicazione originali di questi post siano false, quelle che trovate in calce testimoniano solo “l’odierno”, la data vera risale a ere lontane, talvolta a decenni fa. Non credo sia un vero problema. Le relazioni virtuali non sono mai riuscito a gestirle in modo decente, non ho alternative e troppe le ferite che non riesco a far guarire ma questo non è un blog ad inviti. Cosa sia sinceramente non riesco a definirlo. Stasera tutti i post contenuti qui dentro vengono pubblicati. Spero siano letti con garbo e se possibile commentati allo stesso modo.

Prima

Prima c'era l'ideazione, poi è venuta la scrittura ed è vissuta per lungo tempo. Infine chi scrisse non c'è più e il tratto scritto serve solo a ricordare che è esistito.

Il pensiero visibile

Perduto nell'oceano immenso della rete. Senza coordinate conosciute nessuno entrerà mai qui. Il blog resterà sconosciuto per sempre a meno che io non faccia il gesto abituale di commentare da voi: facciamo tutti così, commento quindi esisto, ma io esisto anche senza commenti! Se non commento non saprete mai della mia esistenza e se non lo faccio con continuità nessuno di voi tornerà mai più qui da me! Tra un certo numero di anni forse la situazione cambierà: i testi potranno scorrere liberi, sarebbe così bello e liberatorio. Ma sono convinto che quando questi testi saranno visibili non è certo che i blog esisteranno ancora. Però mi piacerebbe fosse ancora possibile leggermi...voi riuscite ad immaginare un paradigma migliore dell'eternità della scrittura?

Salvo, solo e libero

Comunque sia il mio spazio è bellissimo non vi pare? Silenzioso, non invadente perchè non invade, non commenta, non cerca, non trova. Ci sono i miei testi, amati e levigati...prima erano molto più lunghi ma prima io ero un altro. Sì un altro. Adesso sto da solo, più che defilato, introvabile e se qualcuno mi incrocia può almeno lasciarmi un ciao. Ma così io sono salvo da tutto anche dalla stupidità che imperversa sul web. Salvo, solo e libero. Oltre la fine signori blogger, là dove si ascolta una musica diversa.

Più nulla da dire

Tutti questi anni... e proabilmente anche quelli precedenti all'avvento della rete, quelli in cui scrivere era solo un colloquio intimo tra me e la mia coscienza intellettuale: Ne sono trascorsi più di settanta. Io non sono altro che quello che scrivo, un blogger è aria, idea talvolta, mistero sempre. Se cercate troverete altro, altre tracce, parole sogni. Siate miti che il cielo è grande e lo spazio immenso per tutti. Qui le date sono artefatte, il blog è fermo e in sè concluso. Io non ho più nulla da dire. Voi?

Un passato felice

Questi post appartengono ad un passato felice, una stagione in cui, nonostante alcuni grossi fastidi nelle relazioni col "resto del web", la mia vita qui aveva un buon sapore. Oggi, dieci anni dopo, tutto è cambiato ma la scrittura resta, quella che leggete qui. Le date di pubblicazione sono fasulle, i commenti non sono moderati, Io sono altrove o meglio non ci sono più! Chi resta e legge faccia come vuole, il resto per me conta ormai molto poco. SICILIA ORIENTALE GENNAIO 2025.

UNA PROMESSA A ME STESSO

Sono riuscito a scivolare via? Nessuna decisione temporale presa, non adesso, solo più di un centinaio di post rimessi in libertà nel silenzio della pace. Quella che non ho io. Ciò che scrivo ricomparirà un giorno, non so quando, ricomparirà tutto perchè la scrittura infine resta. Sempre Ho trascorso molto tempo in rete, l'ho fatto con serietà e ho scritto moltissimo, mi è sembrato sciocco eliminare con un clic tutto questa mole di lavoro. Ma io adesso sono veramente fuori da questo ambiente. La moderazione inserita non ha nessuna volontà censoria ma serve solo a dimostrare che ho letto le vostre eventuali parole. Quando per lungo tempo non ne vedrete più significherà che il blogger è passato a miglior vita. La scrittura resterà.

Geroglifici

Guarda i miei geroglifici, avverti il sapore della inutilità. Questa notte come le altre in fila ad attendere un'altra vita e un altro senso. Dopo aver scritto penso sempre che a queste righe non ne potranno seguire altre, che queste righe siano totali e intoccabili, sintesi perfetta della fine e del nuovo inizio: una clessidra e noi polvere là dentro. Questo mi uccide, questo è appunto l’ombra del silenzio per il quale non c’è descrizione possibile. Ho provato a pensare di aver scritto ieri o l'altro ieri, poi mi sono perso nell'oggi. Ho ucciso il tempo ma esso mi insegue: questo è il suo epitaffio. Ci vuole tempo, uno diverso per ogni cosa, uno adeguato al mio tempo. Scrivere, rispondere, non rispondere, riflettere, guardare, sognare : ci vuole tempo. Abbiatene. Il mio qui è finito, Impedirò i commenti nella speranza che almeno ora abbiate la compiacenza e il rispetto che a molti di voi è mancato nei miei confronti. In fondo vorrei soltanto una lettura silenziosa, alla mia età penso di meritarla. Ossequi.

Basta

Annego mentre nuoto verso questo orizzonte sempre uguale: vorrei dire che sono stanco ma non è vero, sono confuso. E continuo a nuotare, annegare è una variante, un diversivo utile a sentire l’acqua. Ciao diario virtuale sono stato pieno di addii, adesso basta.

Varie ed eventuali

Questi testi sono personali e privati non pretendono nulla, nemmeno una risposta, sono stati scritti per un'intima esigenza o un bisogno di liberazione; l'unica cosa che vorrei per loro è che fossero rispettati. E’ sbagliato, lo è nell’intimo questo sistema di venire a leggervi e cercare, cercare disperatamente di commentare qualcosa di decente... anche se non c’è niente da dire, anche se non c’è niente da aggiungere a quel post. Commentare per dire invece – io esisto!- passa da me, che ti costa, io l’ho fatto….magari sono giorni che cerco tra le tue righe qualcosa che mi stimoli a espormi….magari non mi importa nulla di ciò che scrivi, oppure mi piace sì ma non più di tanto…nel frattempo ti commento, mi esibisco anch’io e prima o poi qualcosa accadrà. E’ sbagliato signori, è una questua continua senza senso che ci immiserisce; sarebbe molto meglio che una piattaforma da blog avesse un INDICE DEGLI ISCRITTI con il loro bravo link, un elenco di appartenenti che chiunque può sfogliare e forse trovarvi un interlocutore vero. Io non elemosino più il vostro interesse. Questo blog è un inno alla mia personale solitudine che neanche 15 anni di rete sono riusciti a colmare. I post sono commentabili per mia precisa volontà.

Fantasmi

Scrivo come se tutti i miei fantasmi avessero vita vera, le maschere che porto mi illudo di averle costruite io: ho una password, una tastiera e il sipario si è già alzato. Scrivo "come se", vivo allo stesso modo. L'orgoglio mi pesa. Lo tengo a distanza ma lui si avvicina e, a volte, mi morde con sorprendente ferocia. La mitezza non è mai stata il mio forte, tengo duro, cerco di dimenticare, prego Dio tutti i giorni di farmi dimenticare, di darmi il dolce assenzio dell'oblio ma non vengo ascoltato. E' la mia pena costante. Sapere e aver saputo, leggere e aver letto e poi studiato...

lunedì 16 giugno 2025

Il significato di una parola

È incredibile come il destino dei leaderini delle nazioni musulmane che desideravano cancellare dalle cartine geografiche lo Stato ebraico (ma vale anche per quelli delle organizzazioni terroristiche) sia sempre lo stesso. 
Fanno i fenomeni, grandi proclami, piazze piene, minacciano, Allah è grande, massacrano (innanzitutto la loro gente), attaccano Israele. Ottengono qualche "strepitoso" successo iniziale, tipo massacrare a colpi di kalashnikov 1200 persone disarmate colte di sorpresa. E poi perdono. Immancabilmente. In maniera netta e umiliante. 
A quel punto comincia la fase due: richiesta di tregue, richiesta di colloqui, richieste di negoziati, richiesta di "diritti al ritorno", fake-news a pioggia e così via. Più le prendono e più avanzano richieste. E più avanzano richieste e più meriterebbero schiaffi in faccia. Si nascondono sotto terra, vigliacchi ed egoisti, e poi scappano, voltando le spalle a quelli ai quali fino al giorno prima avevano imposto fedeltà assoluta, pena la morte. Alcuni ci riescono, altri no. Fine, avanti il prossimo. 
Non imparano nemmeno dalla loro storia, una storia di sonore umiliazioni, per lo più cominciate tutte, in epoca recente, nella stessa maniera: una tempesta dal cielo. Non alzano mai gli occhi al cielo, nemmeno quando pregano, la loro religione (islam) ha un significato preciso (sottomissione): il loro orizzonte, fisico ma anche culturale, è la sabbia del deserto. Vorrebbero rubare la Terra agli ebrei, ma non sono nemmeno in grado di controllare i loro cieli. Se fosse esistita l'aviazione ai tempi di Maometto, che mondo sarebbe quello di oggi?

TI SCRIVO-

Ho trascorso una vita a scrivere anche molto prima di incontrarti e tu non mi hai mai letto. Ci siamo avviluppati per un certo numero di anni in una relazione vissuta, gesticolata, agitata dai nostri umori, urlata a muso duro talvolta. Ma mai scritta Se ti avessi scritto e tu mi avessi letto avremmo capito prima e meglio, ci saremmo amati sul serio e non ci saremmo sfiniti nell’impotenza di non sapersi parlare. Quando mi fermo e il tempo è meno crudele con me oppure riesco a licenziarlo meglio, tu arrivi sempre e io mi chiedo da dove spunta questa necessità di te cui non vorrei dare significati tali da farti fuggire lontano in modo definitivo. C’è troppo sapore della tua pelle e dei tuoi capelli nella mia testa, troppo suono della tua voce e troppa inguaribile nostalgia dello sguardo che avevi quel pomeriggio lontano. C’è troppa letteratura vera per questo ho deciso di scriverti. Ora sei abbastanza lontana per leggermi senza il fastidio di dovermi poi dire, so per certo che mi leggerai stavolta; non per capire ciò che non serve più capire ormai. Mi leggerai per amarmi senza condizioni e senza un tempo definito, senza il fastidioso imperativo di pensarmi diverso, mi leggerai per come eravamo. E sorriderai, certamente penserai che in molte cose non sono cambiato e che le mie sospensioni esistenziali finiranno per corrodermi del tutto: che importa? Nella lettera non c’è alcuna richiesta solo una constatazione amichevole di incidente amoroso in una stagione che fu comunque nostra, non c’è altro che la traccia inconfondibile di un desiderio espresso, realizzato e poi perduto. In quello che ti scrivo c’è solo quiete, i furori sono un vecchio amatissimo film che forse potremmo rivedere assieme ridendone con le mani allacciate. Non ti scrivo per raccontarti della scrittura, lo faccio per dirti che ti ho amato e sei rimasta tra le righe. Conserva la lettera
 Enzo

ORTIGIA -

Stasera ad Ortigia la sera scende placida e piena di richiami sonori: dai grandi alberi sul lungomare gli uccelli si apprestano a lasciare spazio alla notte che viene. Non lo sentite l'eco lontana della voce di Dionisio... non avvertite il passo lento di Archimede sospeso dentro i meandri della sua mente in ricerca costante? Stasera il mare è un breve sentiero tra questa costa e l'altra immaginata, sognata, pensata. Studiata. E ' vicina la Grecia, comune lo Ionio profondo e ventoso, comuni i visi e i colori: questo è il Mediterraneo signori, la nostra fonte unica in cui si sono rispecchiati i sogni delle generazioni per millenni. Questi siamo noi e i nostri miti terribili e fanciulleschi assieme, la nostra poesia di vivere e pensare di essere eterni nel ricordo degli altri, nella letteratura degli altri. Noi siamo la Grecia vecchio e sordo professore dei soldi mancanti, tu forse no ma noi veniamo da lì.

Και εξασθένισε "ΤΟ ΦΕΓΓΑΡΙ  
 Και «το φεγγάρι εξασθενίσεικαι οι
 Πλειάδες
και η νύχτα είναι στη μέση,
και ο χρόνος περνά
 Στηρίζομαι και στη μοναξιά.
Μου παίρνει μια επιθυμία να πεθάνει,
και να δείτε τις ακτές του Αχέροντα
καλύπτονται με τη δροσιάτο λουλούδι
 του λωτού.


E’ tramontata la luna,                                                                         
e le Pleiadi;                                                                                             
e la notte è a metà,                                                                              
ed il tempo trapassa,                                                                            
ed io riposo in solitudine.                                                                   
E mi prende un desiderio di morire,                                              
e di vedere le rive dell’Acheronte                                                   
coperte di rugiada, fiorite di loto.                                                    
                                                                                                                     
                                                                                                             
Questa era Saffo professore. Una vita rincorrendo lo spread, il mercato, la finanza dei numeri astronomici…e incomprensibili. Una vita legata al niente spacciato per assoluto indispensabile. E che dire dei “sacerdoti” che predicano questa nuova religione? Gonfi di arroganza e soldi, una quantità di denaro rubata ai poveracci cui chiedono sacrifici. Sacrifici! Macelleria sociale, nessuna solidarietà, solo parole vuote da qualsiasi angolo, di destra o di sinistra; parole vuote e perfide, merda secca sulla quale si dovrebbero rifondare le nuove nazioni della nuova Europa. Il Web cosa dice? Cosa fa? cosa scrive? IO SONO LA GRECIA, IL SOGNO. LA CULTURA, LA VITA. VOI SIETE SOLO ZOMBI E SARETE SPAZZATI VIA PRIMA O POI.

La guerra israele-Iran e il diritto internazionale

Due frasi si stanno ripetendo come un mantra in questi giorni, da quando Israele ha avviato operazioni contro il regime iraniano: 
1. “Oddio, Israele sta operando al di fuori del diritto internazionale! Un insieme di equilibri che ha retto il mondo fino a ieri, ohibò, ma dove andremo a finire?” 
2. “Quindi se la guerra preventiva la fa Israele va bene, ma se la fa la Russia no?” Entrambe meritano una risposta, ma iniziamo dalla seconda, che è logicamente la più debole. La seconda è una falsa equivalenza. Se Zelensky avesse dichiarato, come Khamenei, la volontà di distruggere Mosca e avesse circondato la Russia con un “anello di fuoco” – milizie armate, droni, finanziamenti a gruppi terroristici – allora Putin avrebbe potuto invocare una qualche forma di legittima difesa preventiva. Ma la realtà è opposta: è la Russia ad aver invaso un paese sovrano che non minacciava Mosca, e lo ha fatto per riaffermare un dominio imperiale. L’Ucraina combatte per la propria libertà, non per l’eliminazione della Russia. Il paragone è semplicemente scorretto. 
Sulla prima affermazione – Israele e il diritto internazionale – varrebbe la pena aprire un dibattito serio. Ma bisogna partire da una constatazione: l’idea che il “diritto internazionale” sia una sfera neutra, razionale e imparziale è una pia illusione. Per decenni, le Nazioni Unite hanno operato con un bias sistematico contro Israele, reso evidente sia dal numero sproporzionato di risoluzioni contro lo Stato ebraico, sia dalla natura delle stesse. Basti pensare che: La Cina ha annesso il Tibet e represso brutalmente minoranze come gli uiguri, ma le risoluzioni ONU a riguardo si contano sulle dita di una mano. La Giordania aveva annesso la Cisgiordania nel 1948 – senza alcun riconoscimento internazionale – e nessuno protestò. Ma quando Israele, in seguito a una guerra difensiva nel 1967, conquistò quegli stessi territori, improvvisamente fu cucita su misura una nuova norma: “il divieto di annettersi territori conquistati militarmente”. Curiosamente, questa norma non fu retroattiva per altri casi storici, ma si applicò con precisione chirurgica solo a Israele. 
Nel 1975 l’Assemblea Generale approvò una delle risoluzioni più vergognose della storia dell’ONU: quella che definiva il sionismo una forma di razzismo. Un atto ideologico voluto dall’URSS e dai paesi arabi per ribaltare la narrazione dopo la sconfitta militare del 1973, convertendo la guerra sul campo in una guerra simbolica e diplomatica. 
A questo punto, la domanda è lecita: Che cos’è, davvero, il “diritto internazionale”? Una norma universale e oggettiva, o piuttosto il prodotto delle forze geopolitiche dominanti, delle alleanze contingenti e dei compromessi fra blocchi contrapposti? Il regime iraniano, per esempio, quanto ha beneficiato della protezione sovietica e russa nel mantenere la propria posizione all’ONU? Quanto delle sue violazioni dei diritti umani, della sua politica espansionista, della repressione interna è stato sistematicamente ignorato dai paladini del “diritto internazionale”? E perché Israele è l’unico Stato al mondo al quale si chiede continuamente di giustificare la propria esistenza? Il diritto internazionale non è un oracolo neutro, ma un campo di battaglia dove si combattono narrazioni, interessi, egemonie. Non esiste una bilancia immacolata che pesi le azioni di ogni Stato con la stessa misura. E chi oggi grida allo scandalo perché Israele “viola il diritto”, spesso tace – o ha taciuto – di fronte a ben più gravi violazioni commesse da altri attori internazionali.

domenica 15 giugno 2025

Un addio

So perfettamente qual'è il destino delle mie cose lasciate così in rete senza interrelazioni, non so fare altrimenti e non posso nemmeno dire che sia contento della mia decisione: essa è e resta forzata e ciò ha una pregnanza difficilmente camuffabile. C'è un mezzo infallibile per scrivere in assoluta solitudine in rete: NON COMMENTARE MAI DA NESSUN'ALTRA PARTE! Scrivere senza alcun ritorno, scrivere per il gusto di farlo, scrivere per liberazione. Poi sia quel che sia. Che io non scriva più sui blog è un fatto assodato ormai da più di un anno: Non è destinato a cambiare. Le date di questi post quindi non hanno alcun valore reale, esse servono solo a dare un minimo di ordine ai testi. Qui c'è una buona parte della mia produzione in rete rappresentata da frammenti di testi molto più lunghi. Questo è un addio.

Sionismo

Ci troviamo oggi in una temperie culturale in cui la parola sionista viene usata come un insulto, scagliata con aggressività da persone spesso molto compiaciute della propria posizione morale. Questo uso distorto del termine non è solo sbagliato: è un fallimento umano, culturale e politico. Il termine sionismo, infatti, indica unicamente il movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, volto a garantirne l’autodeterminazione. 
Esistono diverse declinazioni storiche e ideologiche del sionismo (religioso, laico, socialista, revisionista, ecc.), ma tutte riconducono a questo nucleo fondamentale: il diritto del popolo ebraico a esistere come nazione nella propria terra. Si può discutere delle forme storiche che ha assunto, ma non si può negarne il significato originario, così come non si può dire che “acqua” significhi fuoco. Eppure, oggi, il termine viene svuotato del suo significato e riempito di proiezioni ideologiche, odiose e spesso antisemite. Questa deriva ha almeno tre cause fondamentali: 1. Propaganda consapevole Alcuni usano il termine sionista come sinonimo di oppressore, colonizzatore, o addirittura demone globale. Sanno perfettamente che stanno falsificando il termine, ma lo fanno deliberatamente, come strumento di guerra simbolica. Non si tratta di ignoranza, ma di propaganda: l’obiettivo non è capire, ma colpire, disumanizzare, delegittimare un intero popolo attraverso una semplificazione tossica. 2. Delirio identitario e fallimento personale Altri, forse la maggioranza, lo fanno perché affascinati da una visione del mondo complottista, in cui esisterebbe un élite nascosta—i "sionisti", appunto—che controlla tutto. In questa narrativa, chi "scopre la verità" si sente parte di un’élite alternativa, una sorta di aristocrazia segreta del pensiero. È una forma di narcisismo intellettuale: si abbandona la fatica dello studio e del pensiero critico in favore di una gratificazione immediata, in cui ogni complessità è ridotta a una lotta fra Bene e Male. Questa mentalità non emancipa: infantilizza. È una religione secolarizzata che promette l’illuminazione attraverso il sospetto anziché la conoscenza. 3. Fallimento politico Infine, c’è un piano più ampio: quello della crisi della politica come spazio di confronto e ricerca del bene comune. La politica cede il passo al culto ideologico. Viene premiato non chi cerca soluzioni, ma chi aderisce al dogma. In questo contesto, usare “sionista” come insulto non è più un errore linguistico: è un sintomo. Sintomo di una politica ridotta a teatro moralistico, in cui contano le appartenenze simboliche più delle responsabilità reali. Siamo così di fronte a un fallimento triplice: umano, perché tradisce l’onestà intellettuale; culturale, perché sostituisce la complessità con il pregiudizio; politico, perché affossa la possibilità stessa del dialogo democratico. Recuperare il significato autentico delle parole non è una battaglia di vocabolario, ma un atto etico e civile. Finché termini come sionismo verranno manipolati per alimentare odio, non ci sarà spazio né per la giustizia né per la pace.

sabato 14 giugno 2025

Inutile dissidio delle ultime settantadue estati. Parole esitanti, stonate, risibili caricature del mio sosia che malamente recita il ruolo che fu di altri. Quando certa sarà stabilita La mia definitiva inutilità vecchiaia e saggezza mi riporteranno a casa mia. La porta sarà aperta, abbraccerò le pareti bianche mi confonderò con esse. E infine non ci sarà più nessuno che mi dirà che troppo grande è stata la malinconia di vivere. Adesso che sei passata e sei tornata adesso ti insinui mentre ti guardi in giro. Tra un po' sarai col dito alzato e una sintassi controversa a giudicare analizzare sfoltire immobilizzare questi ultimi anni. E ti ho detto dei recenti silenzi: mi hai risposto che erano troppo rumorosi. E mi hai detto che insopportabile e' il lento trascorrere del tempo appresso senza un pugnale che blocchi il passato alle proprie responsabilita'. Magnifica e furente eri mentre squassavi il presente e infierivi sui miei ricordi. Mi hai amato? Ti ho amato? Ci siamo rincorsi? Ci siamo persi? Eri senza di me nell'altro tempo quello che tu dici di bilanci? E ti ho detto che non di bilanci di analisi rilette e affettuose sino alla morte e' ora il momento. Questo e' tempo di astrazioni, di follia immediata per me e per te di un unico amplesso sbagliato da ricordare come l'amore che, trovandoci senz'altro riflessivi, di noi si e' disgustato. Adesso che sei passata dentro i miei occhi e sei tornata per l'ultimo ritardo E' quando la luce vacilla e va via che arrivano gli altri colori. Tornano a grumi i ricordi come collane delle altre vite che io ho finto di dimenticare. Si riflettono in questa, danzano sui miei capelli, mi trascinano, timido, in un ballo pubblico sotto gli occhi di spettatori diversamente interessati. A volte rovescio il capo all'indietro e mi concedo. Allora è bellissimo, i cieli, le strade, le stagioni, i visi e le parole, mi sfondano il cuore senza farmi male. Allora io sono vero, senza luci di scena falsi eroismi, concrete paure. Sono quel che mia madre ama e teme io sia: un lucido errore che riconosce se stesso. Aspetto che gli astri terminino il loro ciclo, domattina non potrò dire di aver sognato non riesco mai a dividere esattamente i sogni dalla realtà, l'oggi da ieri, i miei occhi stanchi dai miei piedi di bambino. E' di sera che il quadro si compone ed io che sono malato alzo il viso verso l'eco delle mie ombre in direzione del mio respiro lontano. Non ti ho mai incontrato, non ti ho mai guardato lo sguardo, non una carezza; lo stesso tu per me. Abbiamo fatto l’amore in altro modo e pensavo di lasciarti Didone nel tuo anfiteatro di pietra in riva al mare, in linea col canovaccio maschile dello scorso millennio. Non ci sono riuscito: per altre strade il senso e il profumo della vita mi hanno raggiunto sotto forma di versi. Imparai da bambino a centellinare la magia che una ragazza sparge attorno a sé. Scivolare tra le pieghe di un suo sguardo, assaporare poi, nel ricordo di un’ora dopo, la trasparenza di una mano, il particolare timbro di un silenzio, gli altri mondi soltanto accennati in un volgere del capo. Ti osservo ancora a quel modo e tu giochi a far finta di non saperlo. Imparai da ragazzo a rincorrere la diaspora di pensieri che una donna porta con sé. Ed è così che non ho mai scordato il primo stupore di te. Un po’ di quella magia ancora s’insinua tra noi come una carezza di seta al termine di questo giorno. In qualche luogo della Sicilia orientale al termine di questa estate.